Eliza, ou Le voyage aux glaciers du Mont St. Bernard di Cherubini

«Si direbbe che, alzandosi al di sopra del soggiorno degli uomini, ci si lascino tutti i sentimenti bassi e terrestri, e che, a mano a mano che ci si avvicina alle regioni eteree, l’anima sia toccata in parte dalla loro inalterabile purezza.» (J.J.Rousseau, Julie, ou la Nouvelle Héloīse)

Nel 1761 Jean-Jacques Rousseau ambientava il suo celebre romanzo epistolare Julie, ou la Nouvelle Héloīse in una “cittadina ai piedi delle Alpi”, utilizzando la loro enorme imponenza per suggerire quel desiderio di elevazione presente nell’animo del protagonista. Comincia da queste pagine un interesse via via più intenso per la catena montuosa, tale da culminare nella famosa spedizione realizzata da Jacques Balmat e Michel Gabriel Paccard che, nel pomeriggio dell’8 agosto 1786, raggiunsero per primi la vetta del Monte Bianco. Le Alpi erano stabilmente entrate nella storia delle arti come oggetto estetico (e non più solo come mostruosità naturali) tanto che il loro progressivo accostamento a trame che avevano come protagoniste fanciulle pure e innocenti (nell’800 c’è solo l’imbarazzo della scelta: Sonnambula, Linda di Chamounix…) ha portato il critico Emanuele Senici a riferirsi a queste opere come a quelle delle “vergini alpine”. La purezza dell’aria e la trasparenza del cielo, nonché ovviamente il senso di esaltazione e grandiosità dato dalla visione delle alte cime, erano un perfetto contraltare delle virtù (purezza e, soprattutto, castità) connesse alle protagoniste di questi lavori. Il legame sarà così potente che lascerà residui anche in alcuni tra i personaggi dell’opera del tardo Ottocento e del Novecento (Wally di Catalani o la Minnie della pucciniana Fanciulla del West).

Ma non è di questo che vorrei parlare: all’interno delle opere ambientate nella rarefatta aria montana ce n’è una, in particolare, decisamente affascinante e che, curiosamente, non ha ancora trovato la via di una ripresa moderna con rigorosi criteri filologici: Eliza, ou Le voyage aux glaciers du Mont St. Bernard di Luigi Cherubini, tra i più affascinanti lavori dell’autore di Médée.

La trama

L’opera si ambienta in un luogo ben preciso, ovvero il Colle del Piccolo San Bernardo, un passo alpino relativamente poco elevato (2188 m) all’interno delle Alpi nord-occidentali, che collega il vallone di La Thuile con la Val d’Isère. Intorno all’anno 1000 venne qui fondato un ospizio per pellegrini che, distrutto e poi ricostruito, è anche quello che appare al centro della vicenda dell’opera di Cherubini. All’ospizio, che appare nello sfondo della scena, arriveranno il pittore Florindo con il fido Germain: Florindo è innamorato di Eliza ma il padre della giovane è ostile al matrimonio ed egli è ora sulle Alpi, cercando ispirazione per la sua arte nella speranza che la sua assenza possa aiutare l’amata a convincere la famiglia. Al Colle lo raggiunge una lettera che reca una falsa notizia: Eliza sarebbe innamorata di un amico. Florindo decide allora di suicidarsi ma, nel frattempo, arriva, stremata, anche la stessa Eliza. Florindo viene avvistato mentre si arrampica su di un ghiacciaio: sembra tutto perduto quando una valanga lo travolge, ma i monaci riescono a salvarlo e la coppia può felicemente ricomporsi.

L’opera

La trama sembra (e in parte, forse, lo è) un pretesto per permettere al fascino e al clima della montagna di espandersi con rigogliosa enfasi all’interno dell’intera opera: Cherubini lo capisce e immette nella sua orchestra il mistero e l’ispirazione necessari acché il Sublime sia descritto nel migliore dei modi. La stessa Ouverture presenta da subito un tema di schietta ascendenza alpina che, con alcune modifiche, ritornerà nel corso dell’intero lavoro a caratterizzare con forza  proprio l’ambiente che fa da sfondo alla debole vicenda. Lo caratterizzerà, anzi, a tal punto, che sarà l’ambiente stesso a divenire centro nevralgico dell’opera, delegando al breve II Atto il compito di risolvere e commentare l’agnizione degli amanti e il conseguente lieto fine. Nel I Atto, invece, il lento progredire dell’azione (statica e quasi oratoriale) sacrificato a brani che potremmo definire “descrittivi” mette in evidenza il fascino e il sentimento del Sublime che la magnificenza del Colle ispira nei protagonisti. I monaci, nella toccante Introduzione, descrivono i pericoli e i rischi del luogo in cui vivono per recare soccorso ai viandanti, affermando che la bellezza della natura reca sempre con sé il pericolo, anche nelle giornate più splendenti e serene; Florindo, appena arrivato, spiega la sua ammirazione prima in un Larghetto dove esalta la bellezza di questi “Lieux sauvages” e invoca poi, credendosi tradito dopo la consegna della lettera, le rocce e i ghiacciai eterni esternando i suoi propositi di suicidio; l’ingresso della guida  che reca la posta avviene al ritmo (scandito dai sonagli nel tentativo di ricreare la marcia dei muli per i ripidi sentieri montani) di una canzone alpina; il Finale I, infine, ritorna alla poesia dell’Introduzione nel momento in cui i monaci guidano le affrante Eliza e Laura a riposare all’ospizio, dopo avervi già condotto Florindo e Germain. A proposito di questo Finale, peraltro, sarà da notare il commento di Marco Ravera che, nel suo Invito all’ascolto di Cherubini (Ed. Mursia) lo ritiene il momento più toccante dell’opera:

Se mai Cherubini ha saputo toccare vertici di puro misticismo, dobbiamo cercarli – forse più ancora che in tanta sua musica religiosa – nel coro finale “Venez dans ces lieux solitaires”, ove tutte le tensioni e le paure paiono trasfigurarsi nella limpida chiarezza del Sol maggiore conclusivo. La pace, la serenità del rifugio, quel quasi inesprimibile sentimento che conosce chi, giungendovi allo spirare del giorno dopo ore e ore di faticoso cammino, sosti un istante sulla soglia abbracciando con lo sguardo l’ombra che cala sull’immensità che lo circonda.

L’inizio del II Atto si affida ad una scena di colore di emigranti valdostani diretti in Francia, densa di vivacità e ricca di contrasto con il misticismo con cui si era chiuso il I Atto: si tratta di una scena, dove viene celebrata la libertà della Francia rivoluzionaria, evidentemente inserita per ragioni politiche, dato che l’opera vide la luce nel 1794, ma che risulta comunque assai riuscita a dispetto delle ragioni politiche alla base della sua presenza. Segue un ampio Rondò per la protagonista,  abbastanza sottimpiegata all’interno del lungo Atto I, dato che entra in scena verso la conclusione, non dissimilmente da Lodoīska prima e da Médée poi. Interessante osservare che l’aria si caratterizza, specialmente nella sua sezione lenta, per atmosfere che la suggestione farebbe definire quasi pastorali: da notare che la prima Eliza fu Julie-Angélique Scio, poi creatrice proprio del ruolo di Médée. Il Temporale è una pagina, poi, davvero splendida, premonitrice di molti dei grandi temporali operistici del XIX secolo nella sua calcolata ed efficace struttura e nel suo rutilante sfoggio orchestrale, che fa ben capire le ragioni per cui sia Berlioz che Wagner ammirassero moltissimo questa partitura.

La montagna è quindi al centro dell’intera opera, una montagna che assolve a molteplici funzioni, sia drammatiche che espressive, evocata da un’orchestrazione raffinata e attenta alle suggestioni non solo timbriche ma, per così dire, anche “morali” (ad esempio cercando di trasmettere il senso di stupore del silenzio delle vette). Da un lato l’ambientazione al Colle del Piccolo San Bernardo è l’occasione per inserire i protagonisti in una prospettiva straniante e in un luogo “altro” rispetto alle loro vicende private e personali, dall’altro sono il sentimento e lo stupore del Sublime connaturati al luogo stesso a “elevare” i personaggi e a proiettarli in un ambiente di mistero che si espande fino a rendersi protagonista assoluto della vicenda, facendo passare in secondo piano i loro problemi e i loro dubbi. Si avverte una sorta di proiezione struggente verso un mondo sentito come puro e incontaminato, sensazione acuita dalle circostanze storiche e biografiche in cui l’opera venne alla luce.

Eliza nacque, in effetti, in un momento molto particolare della vita di Luigi Cherubini.  È ipotizzabile che al centro delle innegabili suggestioni ambientali ci siano il fascino e il ricordo mutuati dai numerosi viaggi che, negli anni ’80 del ‘700, spinsero Cherubini a valicare più e più volte le Alpi, dividendosi tra Torino e Parigi, dove il 5 dicembre 1788 aveva debuttato il Démophoon, accolto con un esito incerto ribaltato poi dal successo invece trionfale della Lodoīska, andata in scena il 18 luglio 1791.  Il trionfo di Lodoīska fu sicuramente agevolato dalle spinte libertarie della Rivoluzione Francese, i cui sostenitori si riconoscevano nell’anelito alla libertà dei protagonisti dell’opera. Tuttavia nel 1792 la situazione aveva iniziato a precipitare in maniera vorticosa: la sicurezza non è garantita, a maggior ragione non è garantita per i musicisti e gli artisti. Cherubini resta però in Francia, innamorato di Cécile Tourette. La vita, fino al 1794, è difficile e divisa tra la necessità di mantenere un basso profilo per evitare denunce e la necessità di sopravvivere grazie al neonato Istituto Nazionale di musica, creato dalla volontà del capitano Bernard Sarrette della Guardia Nazionale. in questi anni tumultuosi, con la ghigliottina che ogni giorno esige il suo tributo, nasce quindi l’Eliza, ou Le voyage aux glaciers du Mont St. Bernard (il “St. sarà poi eliminato dalla censura repubblicana per il debutto), che andrà in scena al Théâtre Feydeau il 13 dicembre 1794. Impossibile non restare colpiti, allora, dall’intensa e estrema spiritualità che traspare dalla partitura e non sarà quindi improbabile ipotizzare un senso di nostalgico richiamo alla maestosità dei monti come mezzo per contrastare una realtà sempre più assetata di sangue. Marco Ravera, tra i più strenui difensori dell’Eliza, così commenta nel suo già citato Invito all’ascolto di Cherubini (Ed. Mursia):

se in Lodoīska lo spirito del tempo aveva parlato di liberté, égalité, fraternité, qui s’esprime nell’ansia della pace che possono offrire l’intatto universo delle vette, la calma e composta religiosità dei monaci dell’ospizio alpino, le albe e i tramonti nella quiete surrale dei ghiacciai. […] il clima essenziale è infatti proprio questo, un quasi indescrivibile bisogno di riposo, l’archetipo del rifugio che offre un porto sicuro di fronte ai pericoli qui impersonati dalle forze scatenate dalla natura, quasi grembo materno e nostalgia di una perduta sicurezza.

Le Alpi ritorneranno come sfondo in tantissime altre opere, sia teatrali che sinfoniche, ma pochissime potranno vantare una capacità di suggestione e di maestosità così intense e, al tempo stesso, così semplicemente evocative. Il fascino dell’Eliza, in fondo, è tutto qui.

Ascoltare Eliza

L’opera ha avuto, fino ad oggi, un’unica ripresa in tempi moderni, quella fiorentina del 1960 di cui è reperibile, con un po’ di fortuna, anche la registrazione (interpreti principali ne furono Gabriella Tucci, Gianni Raimondi e Mario Zanasi diretti da Franco Capuana). Nonostante la traduzione italiana e l’aggiunta di recitativi spuri è possibile farsi un’idea abbastanza attendibile del capolavoro cherubiniano, anche se sarebbe auspicabile una ripresa in tempi moderni con criteri filologici maggiormente rigorosi. Il pensiero va all’ensemble francese Le Cercle de l’Harmonie, che l’anno scorso ha realizzato una bella esecuzione in forma di concerto (ascoltata anche a Venezia e Roma) dell’opera che precedette Eliza, ovvero Lodoīska. Considerando la staticità oratoriale del capolavoro alpino di Cherubini, il suo clima espressivo potrebbe sembrare particolarmente adatto anche al temperamento “neoclassico” di Riccardo Muti, peraltro promotore di una bella versione di Lodoīska nonché interprete ispirato di molte Messe cherubiniane. Probabilmente un’esecuzione in forma di concerto, eliminando i problemi connaturati allo spettacolo scenico, sembrerebbe oggi più facilmente attuabile e quasi ideale per un’opera tanto ricca di ambienti e di atmosfere quanto povera di vero e proprio plot drammatico, a meno che non si riesca a trovare un regista in grado di gestire con sapienza la drammaturgia senza rinunciare al potere evocativo di una musica quantomai suggestiva. Da notare, infine, che la registrazione delle lontane recite fiorentine non risulta essere mai stata stampata su cd ma solo in LP mentre l’Ouverture dell’opera ha trovato spazio in alcune antologie sinfoniche cherubiniane.

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  1. #1 di amfortas il 6 maggio 2011 - 08:13

    Ciao Gabriele. Non mi dilungo in inutili complimenti, ma ti faccio una domanda.
    Pensi che anche quest’opera farebbe la fine di altre riscoperte, anche recenti? Voglio dire, non ti pare che il pubblico – che oggi stenta, a voler essere generosi, ad avvicinarsi a una Francesca da Rimini – diserterebbe clamorosamente il teatro che s’azzardasse a proporla in cartellone?
    Credo che la forbice tra frequentatori generici del teatro lirico e veri appassionati si stia allargando sempre di più, è un problema che andrebbe affrontato, o pelomeno che io sento come urgente.
    Ciao!

  2. #2 di Gabriele Cesaretti il 6 maggio 2011 - 09:09

    Ciao Paolo. Il problema è urgente ma ingestibile. Il problema è che in Italia manca in toto il ricambio di pubblico, con alcune eccezioni virtuose (Torino, ad esempio). Se si va avanti di questo passo l’opera, sopravvissuta alla mannaia del FUS, morirà per naturale consunzione e su questo sono abbastanza pessimista. Prima o poi (spero prima) si capirà che è necessario cominciare un investimento nella formazione delle nuove generazioni, anche fosse solo per far sapere che esiste una cosa chiamata opera e se poi non piace amen.
    Altrimenti il problema non sarà solo di Eliza o di Francesca, ma anche un Rigoletto non riempirà più.
    Qualora si programmasse Eliza con una buona campagna stampa, un bello spettacolo e una buona esecuzione non credo che abbia meno chance di attirare pubblico rispetto a una Medea… il problema è capire se l’opera ha ancora qualcosa da dire in Italia perché credo che la forbice tra frequentatori generici del teatro lirico e veri appassionati sia solo la punta dell’iceberg di una crisi più profonda e cinquantennale.

  3. #3 di Giovanni Riva il 28 giugno 2014 - 23:49

    Attirare il pubblico è solo un aspetto; ben altra importanza avrebbe il recupero di opere di alto valore artistico ed assieme spirituale come questa e come il maggior capolavoro cherubiniano, l’Anacreon del 1803, ripreso in forma oratoriale nel 2003 credo, da Gabriele Ferro con l’orchestra della Sicilia.
    Ho avuto la fortuna di ascoltare quest’opera, come del resto la citata Lodoiska del 1791 e Medea del 1797.
    Il denominatore comune di Anacreon e di Elisa è la debolezza del libretto, la scarsezza di pezzi solistici di bravura e l’accento posto su quelli d’assieme e soprattutto sull’applicazione della forma sonata (con sviluppo) in moltissime parti, come se il compositore, nella ricerca dei valori spirituali, abbia incluso quella relativa alla elaborazione ed anche all’armonia, nelle opere solitamente sacrificate alla melodia.
    Medea ha attirato il pubblico soprattutto per i recitativi (composti dal Lachner) e per la parte della protagonista adatta a grandi cantanti come la Pasta e la Callas.
    Se non si arriva a comprendere che le più grandi opere sono quelle che sposano la parte soggettiva a quella oggettiva ed approfondiscono quella spirituale (es. Alceste, Idomeneo, Don Giovanni, il Flauto magico), non c’è molta speranza che lavori come questi vengano ripresi; oggi forse solo Riccardo Muti, grande interprete delle grandi messe cherubiniane (che non gli hanno però portato grandi soddisfazioni materiali), può farlo.

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