Risorgimento – 0: Filosofia della Musica di Giuseppe Mazzini

L’idea di dedicare un ciclo di articoli alla musica del Risorgimento mi frullava nella testa già da un po’, soprattutto dopo aver notato la vera e propria scorpacciata verdiana che i teatri hanno programmato nell’ambito delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. L’omaggio di Non solo Belcanto alla musica che ha contribuito ad unire il nostro paese vorrebbe, tuttavia, essere particolare, non tanto per distinguersi nel mare magnum del web ma soprattutto perché (ferme restando l’importanza e il ruolo del Cigno di Busseto che non intendo minimamente mettere in discussione) l’obiettivo è quello di sollevare un po’ di interesse anche sugli altri autori che, volenti o nolenti, si sono trovati coinvolti negli eventi storici e nelle vicissitudini in cui si è formato il nostro paese nel XIX secolo. Il ciclo Risorgimento è nato da questa ambizione e si propone, nei limiti forniti da un blog che non ha nessuna pretesa di verità assoluta, di stimolare la curiosità nei confronti di quattro opere oggi in gran parte dimenticate, ma che in realtà ebbero una grande importanza negli anni ’30 e ’40 dell’800: quattro posts dedicati a quattro opere (ognuna collegata a un evento storico), dunque, che saranno pubblicati fino ai primi di agosto e un post “zero” (il presente) con funzione di Introduzione, oltre a qualche segnalazione e proposta di ascolto, formano l’omaggio di questo neonato blog alle celebrazioni per i “primi” 150 anni dell’Italia unita, con l’augurio che quanti ne bramano la divisione non conoscendone la storia, il patrimonio culturale e la ricchezza artistica (e sono molti, anche in Parlamento) possano allegramente andare a quel paese. Poi si potrà discutere sull’opportunità di un’unificazione così come è stata condotta (di fatto celebriamo in questo 2011 i 150 anni del Regno d’Italia, più che dell’Unità), possiamo discutere sulle storie dei briganti e sulla (mala) gestione del problema del Mezzogiorno, palesatasi fin dai primi anni del Regno… si tratta di fatti veri, storici e documentati che non intendo negare in nome di ciechi nazionalismi. Ma la Storia, quella con la S maiuscola, passa anche (perdonatemi la presunzione) dalla conoscenza della Storia delle Arti e, di conseguenza, della Storia del Melodramma: spero quindi che questo ciclo di post possa risultare di qualche interesse.

Filosofia della Musica di Giuseppe Mazzini

Non un’opera ma un libro per la prima tappa del ciclo: la Filosofia della Musica (1836) di Giuseppe Mazzini, disponibile come e-book grazie alla pazienza e alla cura di Raffaella Tarantini e Catia Righi con il contributo di Alessio Asfienti nell’ambito del progetto Manuzio dell’associazione culturale Liber Liber.

Il testo in questione non è importante solo per scendere a fondo nella poetica mazziniana e nel suo concetto di “pensiero e azione”, ma è anche utile perché si tratta di una testimonianza di primissima mano sui rapporti tra opera lirica e società nel XIX secolo. Scritto nel 1836 esso segue di alcuni anni la fondazione della Giovine Europa, dopo che la “tempesta del dubbio” causata dall’esito fallimentare della spedizione in Savoia aveva, di fatto, portato la Giovine Italia alla dissoluzione. Mazzini, anche sull’onda della rappresentazione del donizettiano Marino Faliero a Parigi, individua nell’opera lirica un possibile mezzo per suscitare nel popolo quei sentimenti indispensabili alla presa di coscienza comune necessaria alla creazione di un’Italia indipendente, unitaria e repubblicana. “Chi scrive non sa di musica, se non quanto gli insegna il cuore, o poco più” scrive Mazzini in apertura del testo, ma nonostante questo la disamina della funzione sociale della musica e dell’opera lirica è poi condotta con precisione e senza sconti. L’idea che Mazzini ha della musica è estremamente chiara:

la musica si è segregata più sempre dal viver civile, s’è ristretta a una sfera di moto eccentrica, individuale, s’è avvezza a rinegare ogni intento, fuorchè di sensazioni momentanee, e d’un diletto che perisce coi suoni. […] era nella Grecia tenuta come lingua universale della nazione, e veicolo sacro della storia, della filosofia, delle leggi e della educazione morale, si è ridotta in oggi a semplice distrazione! […] s’è riesciti a promovere il riso ed il pianto senza che nè l’uno nè l’altro abbiano tempo di giungere sino al fondo dell’anima. È riso senza pace, pianto senza virtù; […] Oggi non si solca, si sfiora, non s’esaurisce la sensazione, s’accenna. Si studian gli effetti; all’effetto, all’affetto unico, generale, predominante che avrebbe ad emergere irresistibile da tutto quanto il lavoro, e alimentarsi delle mille impressioni secondarie, disseminate per entro a quello, chi bada? Chi cerca al dramma musicale una idea?

Musica come etica, quindi, a maggior ragione per un Mazzini da poco uscito da una crisi profonda e radicale, causata anche dalle accuse di leggerezza e di sostanziale corresponsabilità nel sacrificio della vita di molti giovani rivoluzionari: la necessità di un radicale rinnovamento delle coscienze era ben radicata nel pensiero mazziniano e l’individuazione della forma d’arte più adatta a smuovere gli intelletti (ovvero l’opera lirica) lo spinge a parlare, nel suo testo, solo della musica teatrale, perché è quello il genere più praticato dai musicisti italiani a cui, in fondo, il volume è dedicato. La musica e il teatro sarebbero stati il veicolo ideale per la diffusione delle idee mazziniane.

Forse ad anima di tempra siffatta, le seguenti pagine torneranno non inutili affatto. Porranno sulla via del concetto rigeneratore, e convinceranno almeno più sempre, che, senza un concetto rigeneratore può la musica riescire artificio più o meno dilettoso, non raggiungere intera l’altezza de’ suoi destini; inciteranno ad osare, e daranno, non foss’altro, un conforto alle lunghe tribolazioni che i pochi nati a creare hanno sempre compagne nel cammin della vita. Chi sente tutta quant’è la santità dell’Arte ch’egli è chiamato a trattare, ha bisogno, in questi tempi di prostituzione e di scetticismo, che una qualche voce si levi a protestare per lui, e a gridargli «confida».

In pagine che non appaiono affatto invecchiate Mazzini auspica un rinnovamento, una crescita e una civiltà del melodramma che vede come irrealizzabili; la stessa poesia per musica viene criticata e spinta a rinnovarsi (a “rigenerarsi”) per essere sorella e non serva della musica, finché Mazzini chiosa addirittura: “Oggi un libretto, come io lo intendo, non troverebbe forse compositore nè teatro che lo accogliesse.”

Chi è l’uomo in grado in veicolare nella sua arte un messaggio etico così alto, in grado di analizzare e comprendere il proprio tempo così come Mazzini auspica debba fare un compositore e un artista? Non è Rossini, né Bellini (a dispetto dell’immagine patriottica e retorica che, post mortem, gli sarà cucita addosto dagli esuli parigini entusiasmati dal duetto “Suoni la tromba” dei Puritani). Di Rossini Mazzini scrive (cogliendo perfettamente i limiti di molti compositori minori dell’epoca):

Oggi urge l’emancipazione da Rossini, e dall’epoca musicale ch’ei rappresenta. Urge convincersi ch’egli ha conchiuso, non incominciato, una scuola — che una scuola è conchiusa, quando, spinta all’ultime conseguenze, ha corso tutto lo stadio di vitalità che a essa spettava — ch’ei l’ha spinta fin là, e che l’insistere sulla via di Rossini è un condannarsi a esser satellite, più o meno splendido, ma pur sempre satellite.

Nemmeno Bellini sembra avere le caratteristiche desiderate in un compositore davvero moderno e capace di parlare il linguaggio del suo tempo:

Bellini, di cui piangiamo l’immatura morte, non era, parmi, intelletto progressivo; nè avrebbe, vivendo, varcato quel cerchio in che la sua musica s’aggirava. […] Mancava a Bellini il genio essenzialmente e perennemente creatore, la potenza, la varietà. — Bellini, pur superiore a tutti gli altri che sono imitatori d’imitatori, era ingegno di transizione; era un anello tra la scuola italiana come oggi l’abbiamo, e la scuola futura: una voce melanconica tra due mondi; un suono di ricordanza e di desiderio.

Si tratta di una definizione, peraltro, che coglie perfettamente le radici della musica belliniana affondate nell’universo e, a volte, anche nella poetica del ‘700 (e del resto Bellini non guardava alla Nina di Paisiello mentre componeva I Puritani?). L’unico compositore a cui Mazzini sembra accordare fiducia è Gaetano Donizetti, il cui Marin Faliero viene più volte citato all’interno della Filosofia della Musica come esempio di arte in grado di stimolare i migliori e più nobili sentimenti dell’uomo. Donizetti è “l’unico il cui ingegno altamente progressivo riveli tendenze rigeneratrici, l’unico ch’io mi sappia, sul quale possa in oggi riposare con un po’ di fiducia l’animo stanco e nauseato del volgo d’imitatori servili che brulicano in questa nostra Italia”. Evidentemente consapevole della superficialità del “liberale” contenuto nel duetto dei Puritani, Mazzini individua nel Marin Faliero le caratteristiche di un’opera in grado di cantare il proprio tempo: non è solo la presenza di topoi come l’esule (aria di Fernando – Atto 1) o della rivolta contro i tiranni (i giovani “fremono al duetto tra Faliero e Israello Bertucci”) a rendere emozionante il lavoro: è la forza con cui Donizetti riesce a rendere questi passaggi a permettere a Mazzini di individuare in lui il nome capace di rinnovare l’arte italiana.

Il nome di Donizetti, tuttavia, non diventerà uno di quelli più strettamente legati al movimento risorgimentale, non tanto quanto quello di Verdi, almeno: eppure il teatro etico verdiano, la severa morale contenuta nelle sue opere affonda le sue origini nell’apparente e disordinato romanticismo di cui sono colme le opere donizettiane. Nella descrizione delle sue eroine infelici e, spesso, amorali (Parisina, ma anche Maria de Rudenz o la stessa Elena del Faliero) Donizetti si porrà come sperimentatore e “novellatore” (la definizione è di Franca Cella) in grado di aprire la strada alla drammaturgia verdiana, che dal teatro donizettiano mutuerà spesso tempi drammatici e interesse per la “parola scenica”, giungendo così ad un’apprezzabile approssimazione del senso mazziniano del teatro. L’Italia come la avrebbe voluta Mazzini, invece, non è stata fatta ma, di questo, non hanno colpa né Donizetti né Verdi.

Uno scritto da conoscere e da leggere (e le cui tematiche sono assai più ampie e variegate di quanto emerga da questa mia breve e superficiale nota), quindi, utile per capire a fondo il complesso clima culturale degli anni ’30 e ’40 del XIX secolo.

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