Risorgimento – 3: Gemma di Vergy di Gaetano Donizetti

L’omaggio di Non solo Belcanto al 150° dell’Unità d’Italia avviene con l’approccio a quattro melodrammi “inusualmente” risorgimentali (Clicca sull’immagine a lato o sul banner nella colonna di destra per leggere gli altri articoli del ciclo).

Il Fatto

Il 1848 coincise, in Italia, con un forte clima di attesa: le aperture riformatrici attuate nello Stato Pontificio, in Piemonte e in Toscana avevano creato forti aspettative nell’opinione pubblica, che si aspettava un’evoluzione dei vecchi regimi tramite la concessione di costituzioni o statuti fondati sul sistema rappresentativo. Il 12 gennaio i primi a ribellarsi furono i siciliani, che si sollevarono a Palermo il 12 gennaio del 1848, costringendo Ferdinando II di Borbone a concedere una costituzione nel Regno delle due Sicilie che venne annunciata il 29 gennaio. La scelta di far partire la rivolta il 12 gennaio non fu affatto casuale, dato che coincideva con il compleanno del re Borbone (nato proprio a Palermo) e ad essa contribuì anche la forte manifestazione popolare scatenatasi al Teatro Carolino di Palermo durante una serie di recite della donizettiana Gemma di Vergy: alle parole del tenore “Mi toglieste e core e mente / patria, numi e libertà” il pubblico proruppe in acclamazione e l’opera non poté proseguire finché la primadonna, Teresa Parodi, non si presentò in scena brandendo il tricolore. La stessa Teresa Parodi sarà protagonista, a febbraio, di una serata al Teatro Carolino in cui eseguirà anche l’Inno Popolare a Pio IX (allora considerato come grande liberale) di Filippo Meucci e Gaetano Magazzari. Le spinte indipendentiste siciliane portarono alla creazione di uno stato indipendente sotto il controllo dei separatisti e con una propria costituzione democratica. Alla guida dello stato venne posto Ruggero Settimo, costretto a fuggire a Malta nel momento in cui l’esercito borbonico riacquistò con la forza, nel 1849, il pieno controllo dell’isola.A Malta Settimo restò fino alla morte, avvenuta nel 1863, anche se nel 1861 gli venne offerta la carica di primo Presidente del Senato del parlamento italiano, carica che Settimo rifiutò per le precarie condizioni di salute.

L’opera

Montserrat Caballé paragonava l’esecuzione di una Gemma di Vergy ad almeno tre Norme messe insieme, una dichiarazione da prendere con le pinze ma che appare altamente esemplificativa delle difficoltà e dell’impegno richiesti alla primadonna di una delle più diffuse opere donizettiane del XIX secolo ma che, oggi, stenta a trovare un suo posto in repertorio. Da non confondere con la (quasi) omonima Gabriella di Vergy (che vivente Donizetti non trovò mai la via del palcoscenico) la Gemma venne composta per il Teatro alla Scala di Milano subito prima della trasferta parigina in cui sarebbe nato il Marin Faliero, modellando la parte protagonistica sulle possibilità e il talento espressivo di Giuseppina Ronzi de Begnis.

La Trama: Gemma, contessa di Vergy, viene ripudiata dal Conte, suo marito, per sterilità: l’uomo intende convolare a nuove nozze con Ida. La folle gelosia di Gemma scatena il furore del giovane schiavo arabo Tamas, di lei segretamente innamorato, che per vendicarla uccide il Conte per poi suicidarsi: Gemma, inorridita, chiude l’opera con un canto di disperazione.

L’interesse di Donizetti per il soggetto (tratto dalla tragedia di Alessandro Dumas padre Charles VII chez ses grands vassaux) venne sicuramente acceso dalle molteplici possibilità espressive del ruolo protagonistico di Gemma, destinato appunto al multiforme talento di Giuseppina Ronzi de Begnis, per la quale era necessario un personaggio dalle forti tinte tragiche (“la Ronzi amerà pel carnevale un sogetto dove amazzasse alcuno…” scriveva Donizetti a Giovanni Ricordi). Per la stesura del libretto dell’opera, commissionata dalla Scala di Milano dove debuttò il 26 dicembre 1834, Donizetti sperava nella collaborazione di Felice Romani ma, alla fine, si orientò su Giuseppe Bidera, poeta italo-greco molto attivo a Napoli ma poco conosciuto nel resto d’Italia. Proprio il libretto di Bidera fu severamente criticato dalla stampa dopo il debutto, tanto che secondo alcuni commentatori la debolezza del testo (in realtà abbastanza ben fatto, nonostante il carattere fortemente antipatico ed egoista della protagonista) sarebbe alla base dell’accoglienza piuttosto tiepida che accolse l’opera al suo debutto. Notano, però, Annalisi Bini e Jeremy Commons, nel loro volume dedicato alle prime donizettiane, che nessuno riconobbe la fonte del soggetto:

È interessante e significativo che solo una delle recensioni che riportiamo […] riferisce che il libro era basato su un lavoro di Alexandre Dumas padre, e anche in quell’occasione non viene nominato il dramma, Charles VII chez ses grands vassaux (Parigi 1831). Se questa fonte fosse stata resa nota, forse il libretto avrebbe incontrato maggior rispetto e considerazione.

Nemmeno l’arte della Ronzi de Begnis, a dispetto delle critiche stavolta favorevoli, sembrò incontrare la piena approvazione del pubblico milanese, nonostante la prima tornata di repliche sia arrivata (in totale) all’onorevolissimo numero di 26 rappresentazioni. A dispetto di questa falsa partenza il lavoro conobbe poi una grande diffusione (Bini e Commons fanno notare che può aver influito il fatto che “non subì i danni provocati dalla censura”), tanto che dal 1839 alla morte di Donizetti fu la sua opera più rappresentata sia in Italia che nel mondo, restando abbastanza stabilmente in cartellone fino alle recite del 1901 ad Empoli, le ultime prima che il Teatro San Carlo di Napoli inserisse l’opera in cartellone nel 1975.

Ascoltare oggi la Gemma significa scoprire un lavoro diseguale ma di splendida fattura artigianale, ricco di pagine molto coinvolgenti, anche se il ruolo protagonistico (singolarmente antipatico) ha il difetto di non riuscire a coinvolgere lo spettatore fino in fondo come avviene con altri grandi (e tormentate) protagoniste donizettiane. Così il musicologo William Asbrook sintetizza la questione:

La protagonista soffre […] ma i suoi sentimenti hanno un carattere fondamentalmente individualistico ed egoistico. […] Gemma resta troppo isolata da qualunque rapporto umano per poter suscitare un’autentica e profonda commozione; in un certo qual modo essa esagera. […] L’assenza di quella sorta di catarsi sentimentale, che ci fa partecipi delle sofferenze di Anna, Parisina, Maria Stuarda, è in definitiva il motivo per cui al personaggio di Gemma manca il calore umano.

Tuttavia proprio questa particolarità del ruolo protagonista (e non solo, dato che ogni personaggio sembra singolarmente chiuso nel proprio mondo ed è incapace di comunicare con chi lo circonda) potrebbe rendere questa storia di solitudini particolarmente adatta ad essere apprezzata dal pubblico contemporaneo. Dal punto di vista musicale il lavoro è molto interessante e coinvolgente e, se si notano i consueti cali di ispirazione di un Donizetti evidentemente già proiettato verso l’avventura parigina del Marin Faliero, spicca la scrittura della parte di Gemma, un ruolo davvero “monstre” e in grado di offrire al soprano molteplici occasioni per brillare. Già la sua cavatina d’entrata presenta il personaggio vagamente vaneggiante e chiuso in cupe meditazioni, facendo seguire all’aria una micidiale cabaletta in tempo lento con un accompagnamento d’arpa in primo piano che, però, accentua ancora il divario tra la tenerezza sognante della donna e la consapevolezza del coro che “Questa gioja fu per lei / come lampo che passò!”:


Il ruolo di Gemma, in ogni caso, non si limita a questi momenti di irreale vaneggiamento ma presenta anche molte pagine dove la scansione furente dell’accento e la rabbia dell’interpretazione devono passare attraverso una scrittura molto dura e intensa: un esempio è nel duetto con Guido in cui viene annunciato a Gemma il suo ripudio, ma anche nell’espressivo e violento uso della coloratura di forza nella scena in cui la donna si introduce nella stanza di Ida. Il lungo finale, poi, è davvero totalizzante, da questo punto di vista: a una prima parte in Maestoso introdotta da flauto e clarinetto segue un aspro declamato (“Da quel tempio fuggite!”, in cui Ashbrook ha ravvisato anche qualche reminiscenza della Medea in Corinto di Mayr) che si stempera nel Larghetto tipicamente donizettiano “Un altare ed una benda”, in cui la Ronzi avrebbe dovuto sfoggiare non solo la robustezza del suo registro centrale e grave, ma anche la forte e intensa espressività della sua vocalità così particolare. Non è finita perché, dopo il suicidio di Tamas nel tempo di mezzo, il moderato finale “Chi mi accusa” è ancora una volta particolarmente impegnativo per il suo carattere delirante e per la sua difficile scrittura vocale.


A fronte del protagonismo assoluto di Gemma gli altri ruoli sembrano più sbiaditi, soprattutto quello baritonale del Conte, cui Donizetti affida due arie (una per atto) di ispirazione, tuttavia, abbastanza discontinua, mentre maggiormente interessante appare la scrittura tenorile del giovane schiavo arabo Tamas, dal carattere focoso e ribelle già espresso nella sua aria d’entrata dove protesta l’ipocrisia di pregare per Gemma quando la si obbliga a sottostare al disonore di un ripudio: peraltro è nella cabaletta “Mi toglieste a un sole ardente” (subito precedente il primo ingresso in scena di Gemma) che sono presenti i celebri versi “Mi toglieste e core e mente / patria, numi e libertà”. Proprio Tamas, nella sua ossessione delirante per Gemma, risulta essere il personaggio forse più interessante per il carattere fosco e ombroso che, nel presentarlo come un esule (sia pure ammantato dell’esoticità della sua origine araba) ne sfruttava il fascino romantico (alla prima era stato interpretato da Domenico Reina, già apprezzato creatore del ruolo di Arturo nella belliniana Straniera). Oggi la sua psicologia ci sembra (non del tutto a torto) abbastanza semplicistica, ma non è detto che un interprete raffinato non ne possa cavare un’interpretazione potente: di certo è una parte con maggiori potenzialità rispetto a quella più opaca del Conte di Vergy. Come spesso accade con le opere di Donizetti si rivela particolarmente ben riuscito il composito assieme posto a conclusione del I Atto (in particolare nella sua coinvolgente e sognante parte centrale “Un suo sguardo ed un suo detto”), in cui le emozioni contrastanti dei tre protagonisti vengono sbalzate con bella alternanza di tenerezza e violenza (infatti Gemma, prima implorante nella bellissima frase “Di’ ch’io vada in Palestina” deve poi reggere frasi particolarmente furenti nella chiusa).

Ascoltare Gemma di Vergy

Esistono quattro registrazioni dell’opera sul mercato, tutte purtroppo di reperibilità abbastanza difficoltosa, tre delle quali con Montserrat Caballé (l’unica cantante interessata a una seria rivalutazione dell’opera in questione) nel ruolo del titolo: si tratta della ripresa live della prima rappresentazione in epoca moderna dell’opera (Napoli 1975 con Giorgio Casellato Lamberti e Renato Bruson diretti da Armando Gatto), del broadcast radiofonico di una ripresa a Parigi del 1976 – di suono migliore – diretta ancora da Gatto con Luis Lima e Vicente Sardinero senza dimenticare il disco CBS diretto da Eve Queler con Lima, un giovane Juan Pons e Louis Quilico. In tutte e tre le registrazioni sono presenti alcuni aggiustamenti che la grande catalana applica alla micidiale scrittura della protagonista ma, nel complesso, è possibile farsi un’idea molto esaustiva dell’opera: tra le tre registrazioni la migliore, sia per quel che riguarda la Caballé (nonostante fosse malata) sia per il contorno è il live napoletano, peraltro recentemente edito dalla Opera D’Oro nella sua collana di registrazioni dal vivo. Nel catalogo della Gala è, infine, comparsa la registrazione della ripresa bergamasca del 1987 con la brava Adriana Maliponte, Ottavio Garaventa e Luigi De Corato diretti da Gert Meditz. Gli appassionati di Donizetti (nonché dell’arte vocale della Superba) non possono comunque impedirsi di conoscere l’interpretazione che la Caballé offre, nel suo disco Donizetti Rarities, della micidiale aria d’entrata: non solo viene eseguito anche il da capo della cabaletta (tagliato in tutte le riprese dal vivo) ma la migliore quadratura musicale, nonché l’ottima forma vocale, sbalzano un’interpretazione veramente incredibile di questo difficilissimo brano. La lunga e composita scena finale dell’opera è stata anche incisa da Edita Gruberova nel suo album Donizetti Portraits edito dalla Nightingale. Per chi, infine, volesse assistere all’opera dal vivo si segnala che l’edizione 2011 del Bergamo Musica Festival della Fondazione Donizetti si inaugurerà il prossimo 16 settembre (con replica il 18) proprio con un nuovo allestimento di Gemma di Vergy (nel cast Maria Agresta, Gregory Kunde e Mario Cassi con la direzione di Roberto Rizzi Brignoli e la regia di Laurent Gerber).

Le foto che accompagnano l’articolo sono di Lucia T. Sepulveda.

Licenza Creative Commons
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  1. #1 di Gabriele Cesaretti il 22 settembre 2011 - 19:38

    Sulla Gemma segnalo anche il bell’approfondimento a firma di Roberta Pedrotti nella sezione free de Gli Amici della Musica: http://www.gliamicidellamusica.net/gadmnet/route.jsp?page=Attualita&subpage=Approfondimenti&inserzionista=

    • #2 di Roberta Pedrotti il 3 novembre 2011 - 10:49

      Grazie Gabriele, anche del link! E complimenti per il sito 😉 Come avrai notato mi sta prendendo uno strano debole per quest’opera…

    • #3 di Gabriele Cesaretti il 3 novembre 2011 - 17:51

      Grazie a te. 😉 (Ho eliminato il doppio post ;))

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