Risorgimento – 4: La Battaglia di Legnano di Giuseppe Verdi

L’omaggio di Non solo Belcanto al 150° dell’Unità d’Italia avviene con l’approccio a quattro melodrammi “inusualmente” risorgimentali (Clicca sull’immagine a lato o sul banner nella colonna di destra per leggere gli altri articoli del ciclo).

Il fatto

Una delle pagine più gloriose del Risorgimento fu la creazione della Repubblica Romana, ufficialmente proclamata dopo le elezioni a suffragio universale tenute nel gennaio del 1849 e seguita alla fuga di Pio IX da Roma dopo l’uccisione in un attentato del primo ministro pontificio Pellegrino Rossi. Rifugiatosi il papa a Gaeta, presso i Borboni, la capitale rimase senza governo e si insediarono i gruppi democratici: in questo clima esaltato e vivace debuttò al Teatro Argentina il 27 gennaio La Battaglia di Legnano di Giuseppe Verdi, accolta da un fanatico entusiasmo che si concluse con il bis finale dell’intero IV Atto, significativamente intitolato “Morire per la patria!”. Il 9 febbraio l’Assemblea Costituente eletta proclamò la decadenza del potere temporale del papa e la nascita del nuovo stato, repubblica parlamentare, con il “glorioso nome di Repubblica Romana”; la forma di governo sarebbe stata la “democrazia pura” secondo basi democratiche e non dinastiche e i poteri effettivi sarebbero stati in mano di un triumvirato formato da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini. L’evento fu clamoroso ed ebbe ripercussioni anche in Toscana e in Piemonte ma, purtroppo, era destinato a fallire: divenuta il centro principale della rivoluzione democratica (nonché rifugio di esuli provenienti dall’intera penisola) la Repubblica Romana tentò di portare avanti con grande forza riforme tese alla laicizzazione dello stato e al rinnovamento sociale e politico, tra cui la confisca dei beni del clero e una riforma agraria, ma le ripercussioni furono inevitabili. Da Gaeta Pio IX aveva fatto appello a tutte le potenze cattoliche per essere ristabilito nei suoi territori e alla chiamata risposero non solo Austria, Spagna nonché, ovviamente, il Regno di Napoli ma anche la Francia del presidente Bonaparte, desideroso sia di prevenire un intervento austriaco che di guadagnarsi il favore cattolico. 35.000 soldati francesi vennero inviati nel Lazio e, nonostante la coraggiosa resistenza nella difesa di Roma (in cui emersero le qualità politiche di Mazzini e quelle militari di Garibaldi) la sconfitta fu inevitabile. La resa avvenne il 4 luglio.

L’opera

Definire “inusualmente risorgimentale” un’opera come La Battaglia di Legnano (con cui si chiude il ciclo di Non solo Belcanto dedicato al Risorgimento) può apparire francamente esagerato dato che, di fatto, è questa, forse, l’unica opera autenticamente risorgimentale composta da Verdi e (non è un caso) fu anche quella che sopportò i maggiori cambiamenti imposti dalla censura nel suo approdo ad altre piazze teatrali dopo il clamoroso debutto al Teatro Argentina. Nel clima rovente del 1848 (che portò all’annullamento di una prevista nuova opera da dare a Napoli) Verdi ritornò a un progetto cui aveva iniziato a pensare poco prima di recarsi a Londra per I Masnadieri, ovvero comporre un’opera con libretto di Salvatore Cammarano da dare in qualunque teatro “salvo la Scala di Milano” (come annota il Budden): l’oggetto del nuovo libretto sarebbe dovuto essere un argomento fortemente patriottico e la scelta di Cammarano cadde su La Bataille de Toulose di Joseph Méry, la cui ambientazione venne spostata nell’Italia medievale della Lega Lombarda che sconfisse Federico Barbarossa nel 1175. La prima venne fissata al Teatro Argentina di Roma nella Stagione di Carnevale del 1849, ma nemmeno Verdi avrebbe potuto prevedere che la clamorosa nascita della Repubblica Romana avrebbe consentito alla sua opera di ricevere un successo ‘di scandalo’ così intenso, che tuttavia pesò sulla fama del lavoro, tanto da farlo incappare assai spesso nelle maglie della censura impedendone, di fatto (assieme alle alte richieste economiche di Verdi a Ricordi, che lo costrinsero ad alzare troppo il prezzo del noleggio della partitura) quella capillare diffusione che avrebbe meritato e in cui Verdi confidava, tanto da spingerlo a progettare un possibile, ma mai realizzato, rifacimento del lavoro negli anni ’50.

La trama

A Milano, 1176. Arrigo e Rolando, guerrieri della Lega Lombarda, si ritrovano per difendere la città dal Barbarossa: la moglie di Rolando, Lida, era in passato innamorata di Arrigo ma, pensandolo morto, aveva poi sposato Rolando. Arrigo la crede traditrice e la accusa duramente. Nel frattempo Barbarossa assedia la città di Milano e, a Como, incontra Arrigo e Rolando in qualità di ambasciatori, promettendo una guerra atroce. Marcovaldo, prigioniero germanico attratto da Lida, intercetta una lettera della donna ad Arrigo (nel frattempo entrato nell’ordine dei Cavalieri della Morte) con la quale convince Rolando dell’infedeltà della sposa e del suo amico: Rolando, deluso, incontra i due e chiude a chiave Arrigo nella sua torre per impedirgli di partecipare all’imminente battaglia e macchiarlo d’infamia. Arrigo, tuttavia, raggiunge il campo gettandosi dalla finestra ma, durante lo scontro, viene ferito: la battaglia è vinta e, sul punto di morire, Arrigo assicura Rolando circa l’innocenza di Lida. Rolando, commosso, perdona il morente.

Verdi, come già detto, credeva molto in quest’opera e non a torto: spesso accusata sbrigativamente di appartenere al mondo un po’ rozzo e un po’ superficiale degli anni di galera, La Battaglia di Legnano è invece un’opera dalla scrittura spesso estremamente raffinata e intrigante, in cui l’esperienza francese del compositore si fa sentire con molta forza. Scrive il Budden nel suo poderoso studio sulle opere verdiane:

Verdi stava raccogliendo i frutti del suo primo incontro con l’opera francese avvenuto in Jérusalem […]. Non che nell’opera scarseggi la melodia italiana, ma è sottoposta come mai prima d’ora ad un processo di affinamento e di elaborazione. […] Certi disegni ostinati […] sono insolitamente studiati, ovviamente tenendo d’occhio le opere francesi di Rossini. Tutto è deliberatamente reso “interessante”: niente viene ripetuto senza una variazione armonica ovunque ciò sia possibile. […] In nessun’opera prima dei Vespri Siciliani il compositore appare tanto ansioso di sfoggiare la lezione appresa in Francia.

Un esempio di quanto appena detto (e rimandando al Budden per l’affascinante lettura che lo studioso da dell’intera opera) è nella breve cavatina d’entrata di Arrigo (parte scritta per il futuro primo Riccardo del Ballo in Maschera Gaetano Fraschini), “La pia paterna mano”, in cui lo stile continuo (durchkomponiert) della composizione porta ad un’estrema naturalezza compositiva che, a dispetto della regolarità del testo poetico, conduce a un’esposizione mai uguale a sé stessa o ripetitiva ma, anzi, molto espressiva ed efficace.

Ma non è solo questa cavatina a caratterizzarsi per la scrittura originale: quella di Lida ci trasporta, secondo il Budden, nel “mondo di Chopin” (citato anche a proposito della suggestiva coda dell’entrata tenorile) mentre nel duro duetto tenore – soprano che chiude il I Atto vi è una struttura a dialogo continuo dal sapore classico (una variante della forma-sonata) che fa evolvere in una logica situazione drammaturgica la classica forma bipartita del duetto tipico dell’opera italiana del Primo Ottocento. La stessa struttura del II Atto, concepita come un enorme “crescendo emozionale (Budden), ha un sapore nuovo e interessante, senza contare l’originale costruzione delle scene “private” del III Atto o l’emozionante Terzetto finale, che alla prima condusse il pubblico romano a un fragoroso entusiasmo.

Se musicalmente l’opera sembra, comunque, diseguale a dispetto della raffinatezza della composizione è, in parte, a causa del libretto di Cammarano, che è senz’altro molto ben fatto e ben scritto, riesce a sbalzare con grande cura e interesse caratteri e personaggi ma, nonostante questo, appare comunque sbilanciato nella gestione delle scene di massa (essenzialmente riconducibili agli Atti II e IV) e quelle più intime e private dei protagonisti, concentrate negli Atti I e III.

Il momento forse più interessante e riuscito dell’intero lavoro è nella parte centrale dell’Atto III, strutturata in una tesa scena che vede protagonista Lida (impegnata in un drammatico e intenso recitativo) cui segue un duetto della stessa con Rolando e un’aria, ancora di Rolando, cantata ad Arrigo, prima che Marcovaldo sveli il supposto tradimento. Probabilmente influenzato dalle caratteristiche vocali del suo primo Rolando, il baritono Filippo Colini, Verdi impostò il lungo blocco dei confronti con la moglie e con l’amico puntando sulla nobiltà dell’accento e sulla tragica malinconia dell’espressione: a questo proposito risulta particolarmente convincente il Largo del Duetto “Digli ch’è sangue italico”, che non è difficile immaginare come fonte di particolare emozione per l’esaltato pubblico romano del 1849. Lo stesso clima dolente e malinconico permane nell’aria “Se al nuovo dì pugnando”, in cui Rolando raccomanda all’amico Arrigo, con tragica ironia, la moglie e il figlio nell’eventualità che dovesse cadere in battaglia. Dopo questo continuo crescendo di tensione l’attenzione di Verdi alla drammaturgia è evidente nella particolare struttura della cabaletta “Ahi! Scellerate alme d’inferno!”, costruita senza da capo e senza introduzione orchestrale, come uno scoppio di rabbia rapido e improvviso che, evidentemente, sarebbe stato annacquato da una costruzione maggiormente regolare: è nella gestione di questi dettagli, di questa scomposizione della forma, in cui le strutture canoniche vengono semplificate rinunciando a quanto risulterebbe drammaturgicamente superfluo, che appare chiara quell’evoluzione che , dalle opere degli anni di galera, porterà poi ai capolavori della maturità verdiana come Otello e Falstaff (ingiustamente accusati di wagnerismo) dove la forma è dissolta nel continuo evolversi del discorso musicale. Non è, del resto, improbabile pensare che proprio le caratteristiche vocali di Colini (più a suo agio nella dolente maliconia che negli scoppi di furore) abbiano convinto Verdi a privilegiare, nel personaggio di Rolando, il dolore (e poi, nella scena seguente, l’ironia e la freddezza della micidiale frase “Io non v’interrogo, perché vi discolpate?”) a una “semplice” e “canonica” esplosione di rabbia, ma l’efficacia della scena non viene, comunque, meno. In conclusione si segnalerà anche la costruzione del brevissimo IV Atto (nella cui prima parte spicca la gestione grand-opéristica della scena con il coro sul palco che prega, mentre i monaci cantano in chiesa con la nervosa conversazione tra Lida e l’ancella Imelda in primo piano), la potente e drammatica adesione di Arrigo ai Cavalieri della Morte (apertura del III Atto) nonché la curiosa anticipazione dell”Amami Alfredo” contenuta nella frase di Lida “Ma Dio mi volle ad ogni costo rea!” durante il teso e drammatico recitativo che precede il duetto del III Atto tra la donna e Rolando.

La Battaglia di Legnano brucia di un fuoco rapido e incisivo (nemmeno due ore di musica) e anche recentissime riprese in Italia e all’estero ne hanno confermato la vitalità.

Ascoltare La Battaglia di Legnano

Pur collocandosi tra le opere minori del repertorio verdiano La Battaglia di Legnano non è stata del tutto trascurata dalla discografia che, tra i vari live (tra cui quello, celeberrimo, milanese del 1961 con Franco Corelli, Antonietta Stella e Ettore Bastianini) presenta anche una bella incisione in studio targata Philips e realizzata nell’ambito del progetto dedicato al Verdi giovanile guidato da Lamberto Gardelli con José Carreras, Katia Ricciarelli e Matteo Manuguerra. Quest’ultima è, per quel che mi riguarda, l’incisione migliore di tutte, presentando un eccellente equilibrio tra il cast vocale (nel complesso ottimo) e la direzione assai musicale e precisa di Gardelli, direttore di cui è molto cool parlare male, ma la cui serie di opere giovanili verdiane incisa per la Philips negli anni ’70 trovo comunque assai bella e ben riuscita.

Le foto che accompagnano l’articolo sono di Lucia T. Sepulveda.

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