Il cielo in una camera

Quando si pensa alla musica vocale con accompagnamento di pianoforte la prima cosa che viene in mente è lo sterminato, quanto affascinante, repertorio dei lieder tedeschi, che da Carl Loewe a Hugo Wolf (passando, ovviamente, per Franz Schubert e Robert Schumann) offrono all’appassionato e all’artista un oceano di musica splendida da cui attingere per la programmazione concertistica e/o l’ascolto casalingo. Tuttavia anche il XIX secolo italiano ha visto la diffusione delle melodie pensate per l’esecuzione privata con voce e pianoforte, anche se un paragone con il mondo dei lieder sarebbe ingeneroso, soprattutto per quel che riguarda la quantità: per quanto concerne la qualità di tali composizioni, sia detto senza piaggeria né inutili campanilismi, ci sono invece moltissime ballate e romanze che non hanno nulla da invidiare ai più celebrati lieder di Schubert (compositore che, per inciso, adoro) e che non sarebbe male poter riascoltare più spesso nelle sale da concerto. Dei quattro operisti italiani che hanno segnato il XIX secolo quello che ha ottenuto maggior fortuna, anche discografica, nel suo repertorio vocale da camera è stato senza dubbio Gioachino Rossini, beneficiario anche della vera e propria ubriacatura specialistica che invase il mondo della musica tra gli anni ’80 e ’90 e che portò grandissimi artisti (tra cui Marilyn Horne e Rockwell Blake) a incidere splendidi album per voce e pianoforte interamente dedicati alle composizioni del Cigno di Pesaro. I dischi che voglio segnalare oggi, in ogni caso, sono invece due registrazioni recenti, impaginate con estrema eleganza e perizia da una raffinata artista contemporanea e da una casa discografica che della filologia e della cura esecutiva ha fatto la sua bandiera, ovvero Anna Bonitatibus e Opera Rara.

La maggior parte delle composizioni da camera rossiniane appartiene agli anni della maturità del compositore pesarese (dopo la complessa serie di questioni politiche e personali che – dal 1829 – lo aveva allontanato dalla composizione intaccandone pesantemente la salute) e iniziano da quando Rossini produce nel 1857 un gruppo di sei versioni dell’arietta “Mi lagnerò tacendo” dal Siroe di Metastasio, dedicata alla seconda moglie Olympie. Di fatto fu con quell’album, intitolato Musique Anodine, che l’attività compositiva di Rossini riprese a ritmo regolare, anche se i brani restarono “confinati” alle Serate Musicali che i coniugi Rossini allestivano ogni fine settimana nel secondo piano della rue de la Chaussée d’Antin a Parigi o nella loro villa di Passy (serate di musica a cui, peraltro, parteciparono tutti i più grandi e celebrati artisti dell’epoca). I morceaux in questione non vennero mai pubblicati vivente Rossini, anche se l’autore ne curò con maniacale perizia la revisione e la redazione in diversi volumi cronologici, profeticamente pensando a un futuro in cui queste piccole e, spesso, minuscole gemme potessero essere apprezzate dal pubblico. Quel futuro, in effetti, è arrivato con la Rossini Renaissance e i due prodotti in questione ne sono la prova.

Il cd Rossini – Un Rendez-vous della Bonitatibus appare impaginato con grande eleganza e alterna una maggioranza di brani tratti da queste raccolte tardive (che Rossini, con l’autoironia che non gli faceva difetto, chiamò Péchés de vieillesse – Peccati di vecchiaia) a qualche goliardata giovanile, tra cui l’irresistibile “Hai la sottana” e la perfida “Nella stagion di maggio“, che vanno davvero sentite per essere apprezzate (come tutti gli stornelli che si chiudono con un mordace doppio senso, in questi casi riferito all’organo femminile). L’artista lucana si destreggia con abilità nel programma, da lei stessa impaginato, in cui alla goliardia dei brani sopra citati si uniscono il misticismo dell’Ave Maria intonata su due note, il toccante Requiem A ma belle mère o la lieve malinconia de La légende de Marguerite, riuscita parafrasi francese della canzone di Angelina da La Cenerentola “Una volta c’era un Re”. Ascoltare questo florilegio di canzoni significa immergersi in una serie di emozioni o, meglio, di “affetti” da rendere, però, con quella leggerezza indispensabile a non appesantire queste gemme trasformandole in una sorta di arie d’opera con pianoforte che, oltre a sembrare inopportune e fuori luogo, tradirebbero anche lo spirito di queste composizioni sospese in equilibrio decisamente fragile. L’ironia e l’eleganza del porgere della Bonitatibus si sposano dunque alla perfezione con questo repertorio, alla cui resa constribuisce anche la bella dizione della cantante nonché l’ottima prova pianistica di Marco Marzocchi.

Si muove su presupposti decisamente differenti da quelli di un recital solistico la pubblicazione Rossini Songs della Opera Rara (all’interno della benemerita serie Il Salotto dedicata alla musica da camera), che trascina in sala d’incisione sei artisti (Lawrence Brownlee, Jennifer Larmore, Catherine Wyn-Rogers, Mireille Delunsch, Bridley Sherratt e Mark Wilde), nonché il Geoffrey Mitchell Choir, consegnando alle stampe un cd impaginato, presumibilmente, come dovevano esserlo le serate di Parigi o di Plassy, ovvero con l’alternanza di grandi voci a esibirsi nel Salotto di Casa Rossini. I risultati, tuttavia, sono un po’ alterni: se si apprezzano la classe consueta della Larmore (dall’emissione sempre un po’ gutturale ma rossiniana di lungo corso) nonché la freschezza di Brownlee, tra i cantanti più interessanti della sua generazione, risultano però meno personali e persuasive le prove della Wyn-Rogers e della Delunsch. Tra le rese migliori dell’antologia porrei sicuramente la canzone spagnola À Grenade, eseguita dalla Larmore, nonché la bella resa dell’Esule (melodia, trattandosi di Rossini, su uno strano testo dallo sfondo patriottico e dedicata all’amico genovese Giuseppe Torre) da parte di Brownlee; molto interessanti e suggestive anche le pagine che prevedono la partecipazione del coro, tra cui il potente Le Chant des Titans nonché La notte del Santo Natale e il Toast pour le nouvel an. Le cure pianistiche del disco (accompagnato, come di consueto, da un booklet accuratissimo nelle note e elegantissimo nella confezione) sono affidate a Malcolm Martineau, che si ritaglia un meritato e riuscito momento di protagonismo aprendo la compilation con la Danse Sibérienne per piano solo.

Con queste atmosfere vagamente malinconiche e un po’ crepuscolari (ormai, del resto, è autunno) chiudo questo piccolo ciclo rossiniano settembrino.

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