L’amore ai tempi dello spaccio

La progressiva (e discussa) messa in scena della Trilogia dapontiana alla Fenice di Venezia per le cure registiche di Damiano Michieletto (Don Giovanni ha debuttato nel 2010, Le nozze di Figaro lo scorso ottobre mentre il Così fan tutte è previsto il prossimo febbraio) sta definitivamente consacrando il giovane regista veneziano come uno degli interpreti più originali e interessanti dell’attuale scena registica italiana. Il debutto di Michieletto (autore anche di splendide regie rossiniane) nel repertorio mozartiano era tuttavia avvenuto con Die Entführung aus dem Serail (Il ratto dal serraglio) allestito nel 2009 al Teatro San Carlo di Napoli, uno spettacolo controverso e particolare, ma affascinante e persuasivo, che ambientava l’intera azione del dinamico singspiel mozartiano su libretto di Christoph Friedrich Bretzner su uno yacht sperduto nel Mar Mediterraneo. Ho assistito allo spettacolo dal vivo e lo trovai un allestimento di grande bellezza e classe, in grado di sintetizzare con estrema intelligenza alcuni dei nodi cardine dell’opera mozartiana pur partendo da una radicale ricontestualizzazione della vicenda, ambientata ovviamente ai nostri giorni.

Il serraglio è uno spazio chiuso e claustrofobico, al cui interno le dinamiche dei rapporti tra i personaggi appaiono necessariamente amplificate e estremizzate: ecco allora che nell’ambientazione di Michieletto il serraglio diventa un lussuoso yacht sperduto nel Mar Mediterraneo (Palast lo chiama, con ironia, il regista veneziano), una scena decisamente monumentale (anche se completamente smontabile e adattabile a palcoscenici diversi) in cui il Pascià Selim ci viene presentato come un duro e spietato trafficante di droga, probabilmente originario dei Balcani. Questo conduce a un’estrema violenza nella descrizione dei rapporti tra i personaggi: le schermaglie tra Osmin e Blonde non suscitano sorrisi come spesso accade, ma si teme realmente per l’incolumità della ragazza, tra le grinfie di un aguzzino che immaginiamo privo di eccessivi scrupoli di coscienza; lo stesso Selim svela tratti di inedita crudeltà nel suo comportamento del III Atto, al termine del quale non avrà nessuno scrupolo nel freddare Osmin con un colpo di pistola prima di restare completamente solo. È lo stesso Michieletto a spiegare con cura le motivazioni di questo stravolgimento dell’ambientazione:

Premetto che la mia non è un’operazione politica. Mi serviva una personalità contemporanea per far funzionare la storia e il personaggio del mondo balcanico l’ho scelto per sottolineare la relazione maschio-femmina nel mondo musulmano. […] (Lo yacht è in) un luogo irraggiungibile del Mediterraneo. Chi è dentro non può fuggire, chi è fuori non può arrivare, proprio come il serraglio. Si chiama “Palast”, come Belmonte chiama il palazzo del pascià. Tra l’altro è una cosa che si possono permettere in pochi. Selim risponde al cliché del boss: catene d’oro, abiti sgargianti e costosi, ha le sue escort, prostitute d’alto bordo.

Tra l’altro proprio la scena con una delle ragazze a seno nudo (Anna Fusco, starlette napoletana) suscitò qualche polemica e le (solite) minacce di scandalo annunciato, come se nessuno avesse visto mai una bella ragazza sfilarsi il reggiseno. In realtà il fugace seno nudo della Fusco obbediva a un preciso intento drammaturgico prima del grande Quartetto con cui si chiude il II Atto:

Nessuno scandalo, nessun pretesto per far parlare, è solo una scena funzionale alla storia da raccontare. […] Quando Pedrillo mette il sonnifero al pascià Selim in modo da favorire l’incontro tra Belmonte e Konstanze, la ragazza si spoglia e fa di tutto per aiutarlo. Tutto qui.

Il sipario si apre sull’immagine dello yacht solitario sulla piatta superfice del mare: Belmont arriva al Palast in gommone e, per tutto il I Atto (che si esegue senza soluzione di continuità con il II), la regia vera e propria è rimasta quella, tradizionale, di ogni allestimento de Die Entführung aus dem Serail già visto; si tratta di un equivoco a cui avevo già accennato in un altro articolo della rubrica Parliamo di Regia (Ambiguità dei Vespri Siciliani) e che concerne la tendenza a sovrapporre la regia, ovvero la gestione dei rapporti tra i personaggi e la narrazione di una storia, all’ambientazione della vicenda. Una destrutturazione della vicenda narrata in un libretto è una cosa, un’attualizzazione (o ricontestualizzazione) dell’ambientazione è un’altra: in questo caso la vicenda resta la stessa del libretto di Christoph Friedrich Bretzner, compresa certa staticità nello sviluppo della trama durante il I Atto. Quello che colpisce nella lettura di Michieletto è il rispetto dello spirito dell’opera mozartiana: già si è visto come l’immagine dello yacht renda perfettamente il senso di isolamento e solitudine del serraglio, ma la scelta di abiti contemporanei e delle luci obbedisce anche alla necessità di fruizione della vicenda da parte di un pubblico il più possibile ampio e variegato. Il Singspiel, proprio con Die Entführung aus dem Serail tra l’altro, si pose come punto di partenza per la creazione di un’opera nazionale tedesca, un’opera dunque che, per lingua e genere, doveva suonare molto più vicina alla sensibilità di un pubblico più allargato e “popolare” di quello che assisteva all’opera in italiano. Scegliendo di visualizzare una serie di icone contemporanee Michieletto risponde anche a questa esigenza: l’immagine di Jane Archibald – Kostanze che passeggia (malinconica, bionda e bellissima) sulla prua dello yacht stagliata nella luce del tramonto, durante l’esecuzione della struggente “Traurigkeit ward mir zum Loose”, è la stessa di tante eroine del cinema d’azione e delle serie tv anni’90/2000, secondo un’iconografia immediatamente riconoscibile dal pubblico, che puà agevolmende indentificarsi in maniera empatica nel dolore della protagonista. La distanza tra l’epoca di Mozart e la nostra poche volte mi è sembrata così minima.

I limiti dello spettacolo sono nella disinvolta gestione di alcuni numeri interni, un atteggiamento che, di norma, trovo inaccettabile anche quando conduce a superbi esiti drammaturgici, come è questo il caso: di fatto si assiste al taglio dell’aria di Belmonte “Ich baue ganz” nel III Atto, sostituita dall’aria del I Atto “Konstanze! Dich wieder zu sehen”, e allo spostamento, in pieno III Atto, della grande aria di Konstanze “Marten allen arten”. Di norma questa disinvoltura nel cambiare l’ordine interno dei brani mi sembra abbastanza discutibile ma, in questo caso, è riscattata dall’estrema coerenza della visione drammaturgica. Inserita dopo lo scoprimento del tentativo di fuga di Konstanze e Belmonte, “Marten allen arten” accompagna una tesissima roulette russa con cui Selim tortura psicologicamente le sue vittime (in perfetta coerenza con il testo dell’aria, peraltro). Il problema di gestire registicamente un pezzo che è una vera e propria aria da concerto viene dunque risolto brillantemente, in perfetta coerenza con il finale realizzato da Michieletto, molto più amaro e triste di quello a cui siamo abituati: dopo aver sgozzato brutalmente lo scafista del gommone che avrebbe dovuto consentire la fuga delle due coppie di amanti, Osmin partecipa con grande entusiasmo e sadismo al progetto di tortura del Pascià Selim, prima di venire da lui sbrigativamente ucciso con un colpo di pistola a sangue freddo. Il sipario si chiude sulla solitudine di Selim (la cui crudeltà e la cui moralità, per una volta, non ci sembrano ridicole ma tragiche e potenti), accasciato dal dolore alla prua dello yacht. Dice ancora Michieletto:

Ho molto lavorato sul personaggio di Selim che s’innamora di Konstanze e, per la prima volta nella sua vita, riceve un rifiuto. Per questo va in crisi, resta solo, perde di credibilità rispetto ai suoi, l’amore lo rende ridicolo.

Un altro difetto dello spettacolo e nella stessa natura del suo peculiare impianto scenico: costretti a cantare sullo yacht per tutta la durata dell’opera, i cantanti sono (di fatto) spesso posizionati in zone acusticamente poco felici del palcoscenico e, a meno di non avere una proiezione a prova di bomba, la resa sonora ne può soffrire. Nonostante questi rilievi si può parlare di una delle più suggestive messinscene mai viste de Die Entführung aus dem Serail, decisamente più elegante di quella (provocatoria e scandalosa) di Calixto Bieito ma di pari efficacia nel comunicare l’isolamento, la solitudine e la sopraffazione dell’uomo sulla donna di cui è così piena questa splendida opera mozartiana. È un vero peccato che non ne sia stato realizzato un dvd.

Le dichiarazioni di Damiano Michieletto sono tratte dall’intervista a cura di Donatella Longobardi, pubblicata su Il Mattino del 4 aprile 2009 e edita anche nel Programma di Sala del Teatro San Carlo di Napoli relativo alle recite de Die Entführung aus dem Serail allestite nel’aprilel 2009; le foto di scena sono di Luciano Romano.

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