Archivio per marzo 2012

Prassi esecutiva e tagli di tradizione (Appunti su due dvd)

Ogni esecuzione nasce e si consuma in un determinato momento storico, nel quale deve essere inquadrata, anche per capire le ragioni (soprattutto per quanto riguarda opere del repertorio belcantista) di eventuali tagli e di manomissioni, più o meno lievi, sulla partitura eseguita. Negli anni ’50 era perfettamente normale, ad esempio, scorciare di molto le opere del repertorio primottocentesco, in modo da adeguarle ai gusti di un pubblico che non era certamente abituato alla particolare drammaturgia e alla diversa concezione del “tempo” dell’azione che tali lavori contenevano: un esempio di questa pratica è nella celebre incisione di Anna Bolena che riproduce la registrazione live della ripresa milanese dell’opera del 1957. Si trattò di recite giustamente mitiche, dirette da Gianandrea Gavazzeni, in cui la bravura e la classe di due primedonne del calibro di Maria Callas e Giulietta Simionato (assieme a Nicola Rossi Lemeni e Gianni Raimondi) rivelarono al pubblico la bellezza e le potenzialità del Donizetti serio erroneamente considerato “minore”. L’edizione che venne eseguita, tuttavia, fu a tutti gli effetti un’ampia selezione dell’opera, da cui vennero eliminate intere scene e scorciate altre: era inevitabile, del resto, esaltare i momenti migliori del lavoro per permetterne uno stabile rientro in repertorio (veicolato dallo splendore del cast vocale) e nascondere i difetti della partitura. Lessi che Gavazzeni decise di tagliare la Sinfonia (e quella di Bolena è invero bruttina) per accentuare il clima cupo e gotico del coro di cortigiani di apertura, in grado di accendere subito l’interesse dello spettatore. Sono passati più di cinquant’anni da quelle sere e Anna Bolena è ormai entrata stabilmente in repertorio, soprattutto grazie al fascino della Callas, ma anche grazie al veicolo di interpreti mitiche come Leyla Gencer, Beverly Sills, Joan Sutherland e Edita Gruberová: oggi esiste un pubblico avvezzo al Belcanto e abituato alla particolare drammaturgia di un’opera tendenzialmente statica come è la Bolena. Per queste ragioni risultano incomprensibili (o quasi) i numerosi tagli del nuovissimo dvd Deutsche Grammophon che riproduce il debutto nel ruolo di Anna Netrebko avvenuto a Vienna lo scorso aprile.

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Opera al cinema

Segnalo a chiunque fosse nei pressi di Macerata il prossimo appuntamento con l’opera lirica trasmessa in HD al Cine Teatro Italia (via Gramsci n°25, Macerata).
Il 13 marzo, alle 20.00, è prevista La Bohème di Giacomo Puccini dal Gran Teatro del Liceu di Barcellona.

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Il profumo del mare

Uno dei più bei spettacoli visti in Italia negli ultimi dieci anni è la Lucia di Lammermoor allestita al Teatro Lirico di Cagliari nel 2000 da Denis Krief (che per questo spettacolo ricevette il Premio Abbiati della critica italiana) e, da lì, ripresa in più occasioni non solo a Cagliari ma anche a Napoli e a Parma (le foto del post si riferiscono proprio all’allestimento parmigiano del 2009, cui ho assistito). Si tratta di uno spettacolo semplice, ma tutt’altro che banale o scontato, pur potendo contare su ridottissimi elementi scenici che, proprio per questo, acquistano un grande spessore simbolico. La scena è fissa per tutta l’opera, seguendo una linea minimalista molto insistita e tipica dello stile di Krief che trova proprio in questa Lucia uno dei suoi spettacoli più riusciti e suggestivi. Al proscenio si vede una distesa di pietre bianche su cui è posta una semplice panchina di lato; il palcoscenico è chiuso da pareti bianche e bronzee, attraversato da luci spesso violente e da proiezioni mentre un leggero e impalpabile velo nero scende durante alcuni momenti clou a isolare l’ambientazione “esterna” (ma sarebbe meglio dire “onirica”) del proscenio, con le sue pietre e la sua panchina, dal resto del palco. Tutto qui, ma con questi pochissimi elementi Krief riesce a confezionare uno spettacolo estremamente suggestivo e affascinante, soprattutto per merito di un interessante lavoro di recitazione svolto con gli artisti, ai quali viene imposta una gestualità il più possibile naturale per condurre a una quotidianità e a una spontaneità notevoli. L’ambientazione è spostata verso la fine dell’800, ma con molta discrezione e senza sottolineature eccessive, accentuando il carattere borghese della tragedia donizettiana in cui una società maschile (e, in questo caso, militare) prevarica sulla sensibilità della protagonista.

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