Archivio per giugno 2012

acta est fabula – 1 – Ecuba di Nicola Antonio Manfroce

Spesso, in occasione di discutibili riscoperte di titoli minori (anche nel caso di autori celeberrimi) si sente gridare al capolavoro ritrovato, questo nonostante siano pochissimi i casi in cui un vero capolavoro viene recuperato grazie a queste “riesumazioni” (come macabramente spesso vengono chiamate). Una luminosa eccezione è però costituita da Nicola Antonio Manfroce (1791-1813), compositore calabrese che nell’arco di una vita brevissima (appena 22 anni) riuscì a far allestire un’opera del massimo interesse come Ecuba, con cui colse un lusinghiero successo grazie alla potenza di una partitura in cui si coniugano l’impressione ricevuta dalla tragédie lyrique francese e la gloriosa tradizione dell’opera partenopea. Dopo aver composto nel 1809 la cantata La nascita di Alcide e dopo aver presentato nel 1810 un’Alzira su teso di Gaetano Rossi al Teatro Valle di Roma con le celebri Isabella Colbran e Adelaide Malanotte, Manfroce venne infatti scritturato dall’impresario Domenico Barbaja per un nuovo spartito che avrebbe debuttato al Teatro San Carlo di Napoli nel 1812: il 13 dicembre l’Ecuba sarebbe andata in scena con un cast d’eccezione formato da Maria Marchesini e Marianna Borroni (rispettivamente Ecuba e Polissena) oltre che dai celebri Manuel García (Achille) e Andrea Nozzari (Priamo).

Leggi il seguito di questo post »

, , , , , , , , , , , ,

2 commenti

Upcoming

Acta est fabula (lo spettacolo è finito) sono le celebri parole che l’Imperatore Ottaviano proferì poco prima di morire. In senso esteso il modo di dire sta ad indicare che si è giunti al termine di qualche cosa, e che non c’è più nulla da fare o da aggiungere. È un po’ quello che avvenne con l’opera di ambientazione classica durante la “tempesta” romantica. In realtà l’opera “neoclassica” non scomparì mai del tutto dai palcoscenici, pur accogliendo stilemi e innovazioni che la porteranno a un passo dalla modernità e, addirittura, dal verismo. Proprio ad opere di ambientazione antica comprese nel primo cinquantennio dell’800 sarà dedicato il prossimo ciclo di Non solo Belcanto: cinque melodrammi che, dai primi del XIX secolo, permetteranno un viaggio fino alle inquietudini della Scapigliatura. Acta est fabula è anche l’ultimo ciclo del blog prima della (necessaria) pausa estiva.

,

1 Commento

Wuthering Heights

Wuthering Heights, il titolo originale di Cime Tempestose, celebre romanzo di Emily Brontë, e già questo titolo “è un rombo di tuono arrestato sull’orlo di una impennata fonica“, come notava Viola Papetti nell’Introduzione al romanzo in questione in un’edizione distribuita in edicola qualche anno fa. Al capolavoro letterario della Brontë e alla presenza della brughiera del North Yorkshire ricoperta di erica, in cui venne girato il film di Peter Kosminsky del 1992 tratto dal romanzo stesso, devono essersi ispirati lo scenografo Paul Brown e il regista Graham Vick per la loro celeberrima rilettura della Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti, un fortunatissimo spettacolo che, dopo il debutto al 59° Maggio Musicale Fiorentino del 1996 (poco prima delle celebrazioni donizettiane del 1997/98), è stato più e più volte riproposto in Italia e all’estero, fino all’ultima (per ora) ripresa al Teatro Regio di Torino nella scorsa Stagione Lirica, ripresa cui si riferiscono le foto che accompagnano il post. A onor del vero il paesaggio delle Lammermuir Hills, una località posta nel Sud della Scozia, in cui Walter Scott aveva ambientato il romanzo The Bride of Lammermoor alla base del capolavoro donizettiano, non offre suggestioni paesaggistiche dissimili da quello dello North Yorkshire, per cui la scelta di Vick e Brown appare pienamente condivisibile (senza contare che anche nel libro della Brontë la presenza del soprannaturale potrebbe essere ascritta alla morbosa sensibilità della protagonista, come è il caso di Lucia).

Leggi il seguito di questo post »

, , , , , , , ,

1 Commento

Massimilla Doni di Honoré de Balzac

E a proposito del Mosè in Egitto (di cui ho già parlato qui e qui) non giunge inopportuna la segnalazione di un celebre racconto breve di Honoré de Balzac, in cui il grande autore francese compie (nel III Capitolo) un’appassionata esegesi di questo celebre capolavoro. Massimilla Doni, oltre a essere una lettura decisamente piacevole (non a caso inserita dalla Sellerio nella sua collana Il divano) e oltre a porsi come un’appassionante storia d’amore contiene infatti anche una descrizione mirabile del mondo teatrale italiano dei primi 20 anni dell’800 visto dagli occhi dell’autore francese. La storia d’amore è quella tra la Massimilla Doni del titolo, sublime figura femminile dedita alle arti, e il principe di Varese Emilio Memmi, bellissimo ma squattrinato. Steso al ritorno dal suo viaggio in Italia del 1837 (ed edito nel 1839), il racconto è un grande atto d’amore alla città di Venezia e al mondo dell’opera italiana, immaginando una rappresentazione del Mosè in Egitto alla Fenice avvenuta nel 1820: al di là di occasionali imprecisioni (come i riferimenti alla rossiniana Semiramide, non ancora composta nell’anno in cui si ambienta la vicenda, o qualche errore nell’indicare le tonalità dei vari numeri del Mosè in Egitto) il racconto riesce a far comprendere al lettore odierno lo spirito con cui l’opera italiana veniva accolta dal pubblico dell’epoca, sottolineando isterie e fanatismi dei divi (il soprano Clara Tinti – evidente omaggio di Balzac alla divina Laure Cinti Damoreau – e il tenore Genovese, oltre al basso Giovanni Orazio Cartagenova, l’unico realmente esistito nell’immaginaria compagnia veneziana che allestisce il capolavoro rossiniano nella trama di Balzac) e descrivendo con delicatezza l’atmosfera decadente della Venezia ottocentesca che fa da sfondo all’amore di Massimilla ed Emilio. Quest’ultimo, sospeso tra l’estasi spirituale che lo lega a Massimilla (moglie del duca di Caetano) e l’attrazione carnale nei confronti della primadonna Clara Tinti (protegèe del duca stesso), pone questo dissidio tra spirito e materia al centro della propria vicenda sentimentale; il preciso e dettagliato commento del Mosè in Egitto (che Balzac stese con l’ausilio tecnico di Georg Jacob Strunz, cui è peraltro rivolto un pubblico ringraziamento d’apertura) costituisce per molti aspetti il culmine della narrazione amorosa.

Leggi il seguito di questo post »

, , , ,

1 Commento

Caino & Caino

La recente proclamazione del rossiniano Mosè in Egitto con regia di Graham Vick come migliore spettacolo del 2011 a cura del Comitato del Premio Abbiati della Critica Italiana ha riaperto le discussioni su di un allestimento, proposto al Rossini Opera Festival di Pesaro la scorsa estate, che ha sollevato fior di polemiche, tra cui la minaccia di un’interrogazione parlamentare (non ci facciamo davvero mancare nulla in Italia) a cura di un senatore del PdL, tale Elio Massimo Palmizio. Costui, senza aver ovviamente visto lo spettacolo, parlò di una rilettura “sconcertante, per non dire offensiva, che arriva a paragonare la condizione del popolo ebraico prigioniero in Egitto a quella odierna dei palestinesi, e fa assurgere un terrorista di calibro internazionale come Osama Bin Laden al ruolo guida di un’intera popolazione quale fu Mosé“, ritenendo che uno spettacolo del genere poteva “fomentare ogni tipo di odio in un momento già di per sè grave“. Tanto per gettare benzina sul fuoco si diffuse (il tutto, ovviamente, prima del debutto dello spettacolo e dopo la Prova Generale) la notizia che il soprano israeliano Hila Baggio (impegnata nella Scala di Seta al Teatro Rossini) se ne sarebbe andata dalla prova “dopo appena mezz’ora, irritata da una lettura scenica da lei ritenuta antisraeliana o filopalestinese“. Scontati, quindi, gli strali contro Vick di antigiudaismo e antisemitismo, accusa particolarmente delirante quest’ultima, dato che (anche a non tener presente la commovente realizzazione del Moïse et Pharaon realizzata a Pesaro nel 1997 con riferimenti strazianti al dramma della Shoah) l’eventuale critica della politica di uno stato sovrano quale è Israele non deve necessariamente contenere tracce di intolleranza ebraica, ché altrimenti sarebbe come tacciare di razzismo tutti quelli che criticano la politica italiana (avendone ben donde, del resto). Polemiche politiche a parte, cosa si è visto di così scandaloso in questo Mosè in Egitto? Personalmente l’ho ritenuto uno degli spettacoli più emozionanti e intensi cui ho assisitito in vita mia, non privo di difetti (anche gravi), ma nel complesso dotato di una grande forza espressiva, che ben meriterebbe una registrazione in dvd, a dispetto del diluvio di fischi che, prevedibilmente, ha accolto Vick al debutto.

Leggi il seguito di questo post »

, , , , ,

5 commenti

Opera al cinema

Segnalo a chiunque fosse nei pressi di Macerata il prossimo appuntamento con l’opera lirica trasmessa in HD al Cine Teatro Italia (via Gramsci n°25, Macerata).
Il 21 giugno, alle 20.00, è previsto Un ballo in Maschera di Giuseppe Verdi dal Teatro Regio di Torino, spettacolo di chiusura della Stagione Opera Live 2011-12.
Interpreti principali: Gregory Kunde, Gabriele Viviani, Oksana Dyka, Marianne Cornetti e Serena Gamberoni
Dirige Renato Palumbo, regia di Lorenzo Mariani
Dalle 19,45, per chi vorrà, una breve introduzione all’opera a cura del sottoscritto.
Per info e prenotazioni potete contattare i seguenti numeri: 0733/237472 o 340 84 76 106, oppure info@nuovocinema.it
Costo del biglietto 12 euro

, ,

1 Commento

Montserrat Caballé: Rossini, Donizetti, Verdi Rarities

Non sono un fan sfegatato di Montserrat Caballé. So che qualcuno non mi perdonerà questa amara confessione ma, ahimé, molto spesso la favolosa “Superba” mi causa rabbia più che ammirazione. Rabbia perché una voce strepitosa e un talento da vocalista con pochi rivali venne sacrificato più del dovuto a una preparazione sciatta e a un pressappochismo musicale veramente irritante. Proprio per contrastare questa opinione (che riconosco essere un po’ ingiusta) mi sento di segnalare uno dei miei dischi preferiti registrati dalla Caballé, un album dove l’artista è veramente superba e spiega tutte le possibilità di una voce che sembra quasi onnipotente: sto parlando del recentemente ristampato doppio cd che raduna i tre lp di rarità dedicati dalla catalana, tra il 1967 e il 1969, a pagine di raro ascolto (per l’epoca) di Gioachino Rossini, Gaetano Donizetti e Giuseppe Verdi. In questi recital (realizzati dopo il trionfo ottenuto nella donizettiana Lucrezia Borgia alla Carnegie Hall, con relativa incisione discografica per la Rca) c’è la misura della grandezza immensa di Montserrat Caballé, colta non solo in forma strepitosa, ma anche al di qua della fame onnivora di repertorio che la porterà a esplorare opere non sempre adatte alla sua personalità. Dimenticare gli eccessi delle infelici Gioconde e Medee degli anni ’70: nulla di tutto questo è presente nel doppio cd in questione, in cui la Caballé unisce a una forma vocale strepitosa anche una coscienza d’interprete e d’artista in grado di sopportare ben pochi confronti. L’esecuzione integrale di ampi stralci da opere dei tre autori sopracitati (manca solamente il da capo della cabaletta di Alzira) si giova infatti della strepitosa qualità timbrica dell’artista, innervata da un fraseggio e da una personalità di primo ordine, nel consegnare al disco tre tra i più entusiasmanti recital della storia della vocalità.

Leggi il seguito di questo post »

, , , , , , , , ,

1 Commento

O patria mia di Simonetta Chiappini

Un ulteriore, e per il momento ultimo, libro dedicato al Risorgimento e alla vita musicale italiana del XIX secolo che mi sento di segnalare è l’ambizioso “O patria mia” (che Simonetta Chiappini ha pubblicato presso Le Lettere) con cui si chiude l’ideale trilogia bibliografico – risorgimentale che il blog ha consigliato, cominciando con “Chi per la patria muor / Alma sì rea non ha” di Francesco Cento della inEdition editrice e proseguendo con “O mia patria”, di Giovanni Gavazzeni, Armandio Torno e Carlo Vitali, edito dalla Baldini Castoldi Dalai. Il volume è ambizioso sia nella proposta che nella struttura, dato che si svolge come un complesso viaggio storico all’interno di una forma d’arte (il melodramma, appunto) di cui l’autrice cerca di sviscerare i complicati rapporti con i tumultuosi avvenimenti che caratterizzarono il XIX secolo e parte del XX, fino al fascismo. L’imponente apparato di note e la vastità dei temi trattati sono gestiti con disinvoltura, riuscendo a spaziare dalla letteratura (vengono citate sia la mitica Corinna o l’Italia di Madame de Staël che Massimilla Doni di Honoré de Balzac) all’analisi sociologica del melodramma ottocentesco come specchio di una società sempre più chiusa e, per quanto riguarda la figura della donna, sempre più opprimente. È particolarmente interessante l’ultimo paragrafo («Dalla “Giovine Italia” a “Giovinezza”») per l’accurata disamina de L’anima musicale della Patria, corposa raccolta di canti “popolari” (o presunti tali) che Achille Schinelli curò nel 1928 e che venne pubblicata da Ricordi in pompa magna con tanto di dedica a Benito Mussolini. I brani contenuti nella raccolta coprono un arco che va dal 1796 (Inno all’Albero della Libertà) alla famigerata Giovinezza fascista del 1922 e propongono un’analisi del sistema di propaganda fascista molto interessante, dato che fa combaciare l’apparente rivoluzione del movimento fascista (in realtà, come sappiamo, decisamente reazionario nell’ideologia e nell’idea di famiglia) con le aspirazioni rivoluzionarie del Risorgimento: le delusioni per i problemi dei primi anni dell’Italia unita, la rabbia verso la decadenza della società (che si risolse nella seconda metà dell’800 nell’innocuo – ma affascinante – momento della Scapigliatura) venivano superate da canti che proponevano un’esaltazione delle virtù virili del maschio italico e della forza rivoluzionaria dell’Unità.

Leggi il seguito di questo post »

, , ,

1 Commento

  • <span>%d</span> blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: