Archivio per luglio 2012

acta est fabula – 4 – La Vestale di Saverio Mercadante

Il soggetto della spontiniana Vestale (opera del 1807 in cui il conflitto tra l’amore e la religione viene felicimente risolto con il perdono divino del finale e relativo, festoso, matrimonio dei due protagonisti) non era nuovo nei primi decenni dell’800 e conservò una sua popolarità almeno fino alla metà del XIX secolo: prima di Gaspare Spontini musicarono un soggetto simile anche Domenico Cimarosa, Giuseppe Sarti, Giacomo Tritto, mentre dopo Spontini esso fu affrontato anche da Vincenzo Pucitta, Giovanni Pacini e, soprattutto, Saverio Mercadante, la cui Vestale (debutto al Teatro San Carlo di Napoli il 10 marzo 1840) appare particolarmente interessante per come vira in atmosfere tragiche e disperate (in una parola: romantiche) l’ottimismo “neoclassico” che, a dispetto del conflitto tra religione e amore, permea il capolavoro di Spontini, rendendolo una storia densa di cupo e desolante “male di vivere”, sullo sfondo di una Roma fastosa e opprimente, già decadente perché troppo sontuosa e con i germi del declino ravvisabili nel meccanismo che sovrintende a esistenze votate al culto di dei lontani, irraggiungibili e indifferenti, da placare con inumani e inutili sacrifici. Se si dovesse fare un paragone con un’opera d’arte dei nostri tempi si potrebbe paragonare, mutatis mutandis, l’atmosfera rinunciataria e cupa di questa opera mercadantiana a quella, pure desolante e priva di speranza, del romanzo La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano.

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La soprano o Il soprano?

è UN soprano? No, è un tenore: Plácido Domingo, ospite nella stagione 19 (The Homer of Seville) dei Simpsons

La soprano o Il soprano? A beneficio (spero) di chiunque abbia dubbi copio questa nota di Aldo Gabrielli dal libro Si dice o non si dice? e riportata nel forum dell’Accademia della Crusca: «Soprano era in origine aggettivo, disceso da un latino volgare superanus, poi contratto in supranus, da super, sopra. Alla lettera, che sta sopra, superiore. […] Aggiungerò che da soprano si fece la variante sovrano, cosí come da sopra si era fatto sovra, e si usò come aggettivo (“Omero, poeta sovrano”, Dante) e come sostantivo, nel significato di re, di monarca (propriamente, colui che sta sopra gli altri, che ha il piú alto potere). Nel Seicento si passò dall’aggettivo al sostantivo, e si chiamò maschilmente soprano (ma propriamente “canto o registro soprano”) la voce umana di piú alto registro, quella che è propria delle donne e dei fanciulli, ma che un tempo era anche degli uomini, i quali la ottenevano con i noti mezzi inumani o anche mediante il cosiddetto falsetto. In seguito questo sostantivo, ripeto solo maschile, si adattò anche alla persona dotata di tal voce, donna, uomo o ragazzo che fosse. E di qui nasce l’incertezza, che ancora sussiste, sul genere di questo sostantivo oggi che i soprani maschi non esistono piú. Non mi par dubbio, però, che l’unico uso corretto sia il soprano, al maschile, anche con riferimento a donna; nel plurale, i soprani. Un esempio del D’Annunzio: “Tilde era un primo soprano non molto giovane”; nel linguaggio dei critici musicali piú vigilati questa forma maschile è poi quella generalmente rispettata. Diremo perciò “il celebre soprano Maria Caniglia”, “Questa ragazza diverrà un ottimo soprano”. Dire, come correntemente spesso si dice, la soprano, una soprano, e nel plurale le soprano, mi pare francamente un abuso, che consiglierei di evitare. Va da sé che la stessa regola dovrà valere per il mezzosoprano, plurale i mezzosoprani, e anche per il contralto (“Il celebre contralto Marietta Alboni”), che farà nel plurale i contralti.» (Aldo Gabrielli, Si dice o non si dice?, Milano, Mondadori, 1976, pp. 87-88.)

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Nelly Miricioiu: Bel Canto Portrait

A proposito di Belisario, e in attesa dell’allestimento del Bergamo Musica Festival, nonché della prossima registrazione integrale della Opera Rara, segnalo un interessante recital (edito sempre da Opera Rara) di una delle mie artiste preferite, la rumena Nelly Miricioiu, in cui è contenuto proprio il gran finale dell’opera eseguito nell’edizione critica di Ottavio Sbragia. L’ampia scena conclusiva del Belisario è al centro di un disco molto originale nell’impaginazione, come è la regola per la vivace etichetta inglese, e decisamente convincente nell’esecuzione. Nelly Miricioiu affronta stralci da quattro parti grandiose, pensate per tre autentiche divine dell’800, a cominciare dalla mitica Caroline Unger, soprano ungherese e tra le dive predilette da Gaetano Donizetti: per lei il musicista bergamasco compose non solo il Belisario (1836) ma anche la splendida Parisina (1833), di cui nell’album si esegue il bellissimo “Sogno” del II Atto. Per Giuditta Pasta venne invece composta l’Emma d’Antiochia di Saverio Mercadante (1834), la cui originale scena finale (che fa seguire all’aria e cabaletta della primadonna un particolare duetto femminile) è compresa nella registrazione, assieme a un’aria composta da Sir Michael Costa per la prima londinese de L’assedio di Corinto di Gioachino Rossini (1834) e destinata al virtuosismo e alla bravura della mitica Giulia Grisi.

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Antiche dive tragiche – 2 – Antonina

E dopo Fausta un’altro grande personaggio donizettiano legato al clima del ciclo acta est fabula: l’esaltata Antonina dal Belisario, qui meravigliosamente interpretata da Montserrat Caballé dall’album Donizetti Rarities di cui peraltro ho già parlato. Belisario inaugurerà anche il prossimo Bergamo Musica Festival Gaetano Donizetti.


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acta est fabula – 3 – L’esule di Roma di Gaetano Donizetti

L’epistolario di Gaetano Donizetti è uno dei testi più affascinanti, per un musicofilo, lasciati da un compositore ottocentesco: esso ci rivela non solo moltissime informazioni sulla vita quotidiana dei teatri del tempo, ma anche la descrizione di un uomo buono, onesto, dalle ottime capacità letterarie e consapevole delle sue qualità e delle sue potenzialità. Dopo il debutto del suo esule di Roma (Teatro San Carlo di Napoli, 1 gennaio 1828) troviamo una lettera particolarmente interessante sulla poetica e le ambizioni donizettiane (ricordo che il compositore, al momento di scrivere la lettera destinata al suo Maestro Mayr, non aveva ancora scritto nessuna opera con finale tragico, con l’ovvia esclusione della Gabriella di Vergy che, però, non era mai stata messa in scena):

L’anno venturo finirò il primo atto con un quartetto ed il secondo con una morte a mio modo. Voglio scuotere il giogo dei finali… ma per adesso finire a terzetto mai più, poiché tutti mi dicono, che se morissi […] e rinascessi non farei più cosa simile… ma io incoraggio, mi sento capace di fare cose migliori.

L’esule di Roma ci colpisce perché, oltre a essere la prima opera donizettiana di ambientazione neoclassica, è una testimonianza di come l’opera neoclassica fosse divenuta anche terreno fertile per le sperimentazioni, in questo caso innestando all’interno della composizione un triangolo praticamente borghese, in cui l’ambientazione romana è di fatto un pretesto per l’esplorazione dei caratteri psicologici dei tre protagonisti (il terzetto che chiude il I Atto, cui Donizetti allude nella lettera). La grandiosità delle chiusure d’atto di Ecuba e dell’ultimo giorno di Pompei appare lontana dall’intimo clima di scontro familiare di questo terzetto, che costiuisce l’intero blocco del Finale I e che fu tra i brani più celebri (ai suoi dì) dell’opera in questione.

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Antiche dive tragiche – 1 – Fausta

E in attesa del prossimo post di acta est fabula un bellissimo ascolto da una splendida, ma misconosciuta, opera di Gaetano Donizetti: Fausta, la cui struggente aria finale è qui meravigliosamente interpretata da una grande Raina Kabaivanska.

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acta est fabula – 2 – L’ultimo giorno di Pompei di Giovanni Pacini

La riscoperta dei resti della città di Pompei (iniziata con i primi scavi del 1738) conobbe un relativo momento di vivacità dal 1808, quando la moglie di Gioacchino Murat, Carolina Bonaparte, incoraggiò e potenziò le operazioni di scavo delle città sepolte dall’eruzione vesuviana del 79 d.C. È in questo clima (da notare che anche i Borboni, sia pur in misura minore, contribuirono agli scavi di Pompei negli anni ’20 e ’30 del XIX secolo) che il Teatro San Carlo ospita, il 19 novembre 1825, il debutto de L’ultimo giorno di Pompei di Giovanni Pacini, interessante opera kolossal – catastrofica che, anche grazie alle maestose scenografie di Alessandro Sanquirico, stupì il pubblico napoletano cogliendo un deciso successo. Il gusto per lo spettacolare effetto scenico, mutuato in parte dall’opera francese, si univa a un’ambientazione neoclassica calata in un’atmosfera apocalittica (già dal titolo) nella cui incombente tragicità non è peregrino cogliere già un aspetto romantico: l’opera precede di nove anni il poi celeberrimo romanzo The Last Days of Pompeii dello scrittore britannico Edward Bulwer-Lytton, la cui trama sarà alla base di buona parte delle successive manifestazioni artistiche ispirate agli ultimi momenti di Pompei. Nell’opera di Pacini il gusto per il pittoresco e per la ricostruzione pompeiana (evidente nella cura delle didascalie del libretto di Andrea Leone Tottola) si unisce all’impianto dell’opera neoclassica mutuata dallo stile francese, creando un melodramma decisamente diverso dalle opere composte a inizio secolo; lo stacco rispetto a un capolavoro come l’Ecuba è radicale, dato che gli influssi rossiniani sono ingombranti e presenti, nonostante la presenza di una costruzione drammaturgica discretamente originale in alcune scene: il risultato è un’opera abbastanza vivace, un mélange di suggestioni e spunti culturali che, nella sua eterogeneità, non sembra privo di fascino ed efficacia.

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Dionilla e le altre

Segnalo a chiunque si trovasse a Macerata questa estate la mostra Violetta, Carmen, Mimì – Percorsi al femminile dallo Sferisterio ai musei civici di Macerata a cura di Francesca Coltrinari che si terrà nei Musei civici di Palazzo Buonaccorsi – Prefettura nell’ambito del Festival Off del Macerata Opera Festival 2012 dal 14 luglio al 30 settembre. All’interno della mostra, a cura di Gabriele Cesaretti (ovvero il sottoscritto) è una sezione dedicata all’esposizione di storiche stampe dedicate alle cantanti liriche del XIX secolo transitate a Macerata, tra cui il mitico contralto maceratese Dionilla Santolini, prima interprete del ruolo di Garzia nella Sancia di Castiglia di Gaetano Donizetti. Il catalogo della mostra è edito dalla Quodlibet. Il 6 luglio, alle 18, Palazzo Buonaccorsi ospiterà anche una conferenza di Roberto Cresti sull’arte di Guglielmo Baynes, pittore presente nella mostra. Edit 25/09/12 – Comunicato Stampa Macerata Opera Festival – Superata quota tremila presenze alla mostra: il dato aggiornato a metà mese di settembre riporta infatti 3090 ingressi complessivi.

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