Archivio per novembre 2012

Buon compleanno Donizetti!

Il 29 novembre 1797 nasceva, a Bergamo, Gaetano Donizetti… auguri Maestro!

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Consigli per gli acquisti (e sfogo)

Ad alcuni post del blog, come sa chi lo segue da un po’, collabora la bravissima Lucia T. Sepúlveda, una splendida fotografa con cui, questa estate, avevamo lavorato a un progetto espositivo dedicato alle eroine dell’opera, i cui frutti vedete in molti dei post accompagnati dalle sue foto e in moltissimi personaggi del ciclo Feminine integralmente pubblicato nel suo sito. Il progetto, come molte altre cose in questo paese, non ha però visto la luce per motivi assolutamente indipendenti dalla nostra volontà.

Le foto, tuttavia, sono rimaste (e sono bellissime, questo lo aggiungo io) e da ora fanno parte di un Calendario 2013 che vi invito a visionare, ad acquistare e magari a regalare.

Meglio consolarci e parlare di cose belle come le foto di Lucia, visto che se mi guardo intorno c’è tutto fuorché da ridere: ho scoperto che oltre ad essere continuamente umiliati e vittime della disinformazione più totale (macroscopico il caso di chi definisce le 18 ore di orario come ore di lavoro e non, quali sono, ore di didattica in presenza) da oggi noi insegnanti siamo anche sobillatori perché usiamo gli studenti per difesa corporativa. Grazie premier Monti, ci mancava. Ma del resto cosa posso aspettarmi da un paese in cui se cazzeggi su facebook in uffico stai lavorando mentre se ti sbatti a correggere un pacco di compiti a casa ti stai divertendo perché sei a casa tua? Chiudiamola la scuola, sai quanti soldi si risparmierebbero… altro che “molto importante”. Leggere anche (se interessati al tema) questa interessante intervista al pedagogista Benedetto Vertecchi. Passo e chiudo.

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Una borghese piccola piccola

Era un evento atteso da tutti e non solo dai fan: il debutto in Norma di Edita Gruberová, avvenuto nell’ultima fase della sua carriera, non ha mancato di suscitare polemiche (anche feroci) assieme a entusiasmi deliranti e alla pronta testimonianza discografica, prima in cd per la Nightingale e poi in video per la Deutsche Grammophon, che ha registrato le recite del debutto scenico dell’artista (gennaio 2006) avvenuto a Monaco nell’allestimento di Jürgen Rose. A ben vedere la voce di Edita Gruberová, chiara e da soprano leggero, è lontana dalle esigenze di un ruolo composto sulle qualità della mitica Giuditta Pasta, che nasceva contralto e che sicuramente avrà fatto vibrare con ben altri brividi le torbide discese in zona grave di brani come “In mia man alfin tu sei”; inoltre manca alla Gruberová (ed è inevitabile considerando la scarsità di peso specifico) quell’accento aulico e coturnato, neoclassico in una parola, che è comunque necessario e richiesto in buona parte della pagine di un’opera così mitica. Norma, tuttavia e per fortuna, è anche altro e molto di più: suggestioni classiche e celtiche (ne avevo accennato anche in questo post) si mescolano all’evidenza di un amore nato all’interno di uno scontro di culture e di popoli che non può certo finire bene, senza dimenticare l’elemento borghese della scappatella del tenore con una ragazza più fresca e piacente della “moglie”, un tema comunque al centro del Finale I “privato” nello scontro e nella definizione dei drammi dei tre protagonisti che, secondo la leggenda, alla prima destò scandalo per l’assenza del coro impegnato in una grande e composita scena di massa “comme il faut”. La Norma di Edita Gruberová sviluppa in maniera particolare proprio l’aspetto umano e privato del personaggio che, a ben vedere, si ispira al mito di Medea ma, a differenza della fosca maga della Colchide, non riesce a uccidere nessuno per la sua vendetta: non i figli, non Pollione, non Adalgisa e l’unica via d’uscita che le rimane sarà, alla fine, uccidere se stessa.

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Da oggi Non solo Belcanto è un sito

Non solo Belcanto è diventato un sito: considerando ciò di cui si occupa (per lo più opere del primo Ottocento italiano, meglio ancora se sconosciute) essere arrivato in circa un anno e mezzo di attività a 26,466 visite ai contenuti del blog (anche se ogni tanto mi accorgo di qualche errore… che prontamente correggo) e ai 12,540 visitatori segnalati dal plugin di ClustrMaps nel Menu in coda di pagina è un risultato di cui sono davvero contento… un risultato che ho deciso di festeggiare con un piccolo refresh ai font del blog. Chi l’avrebbe detto, ripensando ai lunghi tempi morti del vecchio blog su splinder, che si sarebbe arrivati a questo risultato! ^_^

A parte questo non c’è mica tanto da stare allegri in questo periodo, date le continue uscite del nostro ineffabile Ministro Profumo sul destino della scuola pubblica (che poi nell’era di internet basta un attimo per informarsi, per esempio mica vero che il ventilato aumento a 24 ore di didattica frontale – NON di lavoro come molti giornali hanno scritto… il lavoro è molto di più – ci avrebbe allineato all’Europa)… mi auguro comunque, per i miei studenti, per me e per i miei colleghi, che la scuola pubblica sopravviva anche a questo ennesimo attacco frontale.

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Ancora sul Maometto di Winter

Poco più di un anno fa pubblicavo un post dedicato all’interessante Maometto di Peter von Winter, segnalando come il Terzetto “Dei che piangendo imploro” fosse una delle pagine più belle della partitura, ammirato anche da Gioachino Rossini. Oltre all’incisione completa della Marco Polo (che riproduce l’intera opera registrata al festival di Bad Wildbad) questo splendido frammento è anche ascoltabile all’interno dell’antologia A hundred years of Italian Opera 1810-1820 della sempre benemerita Opera Rara, nell’esecuzione di Christian du Plessis, Anne Mason e Bronwen Mills con la Philharmonia Orchestra diretta da David Parry. Avendolo trovato su Youtube ve lo propongo.

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Alessandro nell’Indie di Giovanni Pacini

Quando Giovanni Pacini compone Alessandro nell’Indie è il 1824 e l’opera rappresenta il suo debutto con una nuova composizione nella prestigiosa piazza napoletana, all’epoca metropoli tra le più attive e vivaci per quanto riguarda l’opera lirica. La musica di Pacini era ovviamente nota ai napoletani, che avevano ascoltato alcune delle sue precedenti composizioni sia al San Carlo che al Teatro del Fondo (sembra incredibile ma il nemmeno trentenne compositore, all’epoca, aveva composto più di venti opere, la maggior parte delle quali avevano debuttato a Milano, sia al Teatro Re che alla Scala) ma è con l’Alessandro nell’Indie che il compositore avrebbe fatto ascoltare per la prima volta una musica nuova sul palco che lo avrebbe visto, negli anni seguenti, trionfare prima con L’ultimo giorno di Pompei del 1825 e poi, tanto per citare solo un altro titolo, con la Saffo del 1840, a tutt’oggi l’opera paciniana più giustamente celebre. Alessandro nell’Indie fu un debutto molto sofferto e Pacini stesso ne parla con dovizia di particolari nelle sue Memorie: “Eccoci alla prima sera fatale! Il teatro era affollatissimo poiché trattavasi di dover giudicare un’opera nuova d’un giovane maestro. Rimasi meravigliato (almeno in quell’epoca) del contegno dell’udienza. Si poteva dire di essere veramente ad un teatro di corte. Principia lo spettacolo. Un silenzio perfetto regna durante l’intera esecuzione!… Niuno applauso agli artisti, e per conseguenza neppure al povero maestro. Alla fine dell’opera un mite zi… zi… zi… si ripete in quel vasto recinto. Lascio considerare al lettore lo stato mio! Aveva passato l’intera serata esposto alla berlina (poiché si usava tuttora che l’autore dovesse andare al cembalo altro non facendo che voltare i fogli al violoncello ed al contrabbasso), fra la speranza ed il timore, essendo stato prevenuto che il pubblico di S. Carlo non applaudiva mai alla prima udizione di una nuova musica, ed assicurato che anche il gigante pesarese aveva subito la stessa sorte co’ suoi capi d’opera, principiando dall’Elisabetta. Ma il zittire alla fine dello spettacolo mi spaventò!

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Dizionario belliniano di Eduardo Rescigno

Il 3 novembre 1801 nasceva, a Catania, Vincenzo Bellini e un buon modo per ricordarlo è segnalare un bellissimo libro, edito da L’Epos, che, a cura di Eduardo Rescigno, propone un’analisi approfondita e appassionante della vita e delle opere del maestro catanese sotto forma di un agile dizionario. Questo Dizionario belliniano, oltre ad essere un oggetto molto bello e un libro prezioso, è l’ultimo di una serie di opere similari che Rescigno ha dedicato anche a Rossini, Verdi e Puccini; l’impostazione del volume, diviso in voci che comprendono tutte (ma proprio tutte) le opere del grande autore catanese, consente una consultazione agile e immediata all’appassionato come allo studioso. Compilare un dizionario “belliniano” significa gettare uno spaccato su un intero mondo (quello della produzione operistica dei primi trent’anni del XIX secolo) che emerge dalle oltre 500 pagine del libro con eccezionale vivezza e con estrema attenzione alle ultime acquisizioni musicologiche. Il volume si apre con un’utile Cronologia della breve vita belliniana, seguita dall’albero genealogico della famiglia Bellini e della famiglia Ferlito (Agata Ferlito fu la madre di Vincenzo) e, quindi, dal dizionario vero e proprio che costituisce la parte più ampia del libro, nel quale l’appassionato troverà anche il testo di tutte le arie da camera belliniane, a ognuna delle quali viene dedicato un lemma: non mancano nemmeno le voci dedicate ai grandi artisti che crearono le opere belliniane (come Giuditta Pasta, Giovan Battista Rubini, Antonio Tamburini, Henriette Méric-Lalande e Giulia Grisi) così come a quelli che resero celebre la musica di Bellini, come è il caso della mitica Maria Malibran. Sono presenti all’appello anche i colleghi compositori con cui Bellini si trovò a operare nell’agone operistico del suo tempo. I punti più imbarazzanti o, molto semplicemente, meno aulici e inclini a essere idealizzati della biografia belliniana sono affrontati senza evitare di far emergere i lati meno gradevoli del carattere del compositore (evidente nel lemma dedicato alla figura di Gaetano Donizetti, in cui le citazioni dalle lettere belliniane dipingono il catanese molto meno cortese e affabile del compositore bergamasco nel rapporto con i colleghi) e senza tacere il “revisionismo” di Francesco Florimo, che operò una vera e propria cura censoria sui documenti in suo possesso nell’obiettivo di preservare per i posteri un’immagine angelicata e irreale del grande amico.

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