Emilio Sala: Il valzer delle camelie

Il valzer delle camelieTra le varie pubblicazioni verdiane che, negli anni, hanno arricchito gli scaffali dei negozi un posto d’onore merita Il valzer delle camelie – Echi di Parigi nella Traviata di Emilio Sala, pubblicato nel 2008 dalla Edt Musica all’interno della sua collana Improvvisi. Il libro di Sala si propone di contribuire a sfatare il mito di un Verdi ruspante e popolareggiante, il famoso Verdi dall’alito con “un sano odor di cipolla” come amava ricordare Bruno Barilli nel sottolineare la natura contadina del compositore. Verdi stesso, del resto, amava essere considerato un contadino, ed è bene ricordare e ribadire quanto lui stesso abbia contribuito alla stesura di questa sua immagine agiografica e mitica. Una leggenda, comunque, dato che Verdi è ovviamente molto di più: Verdi è un autore che non ha melodrammatizzato gli italiani (che ci piaccia o no siamo già abbastanza melodrammatici di nostro) ma è stato tra i più raffinati interpreti di un’epoca complicata e convulsa, attento alle sollecitazioni più raffinate del teatro europeo. Un indagine di questo ampio aspetto di Verdi è presente nel libro di Sala, che si configura come un affascinante viaggio nell’universo culturale, musicale e teatrale della Parigi ottocentesca, alla ricerca di quanto possa aver ispirato il compositore nella creazione di una delle sue eroine più popolari e commoventi. L’indagine (dalla Bibliografia imponente) è comunque articolata in una scrittura snella e avvincente, affrontando prima il problema del mélodrame e del teatro di boulevard, proseguendo quindi con un viaggio tra i valzer e le polke dell’epoca per terminare con un’indagine delle vere e proprie reminiscenze musicali presenti nell’opera. Non mancano nemmeno, ovviamente, riferimenti precisi e presenti a Marguerite Gautier e alla “vera” Violetta, quella Marie Duplessis che con la sua storia avrebbe segnato in maniera così indelebile la cultura europea del tempo.

Un volume prezioso, quindi, per comprendere l’afflato europeo del bussetano e ridimensionare, una volta per tutte, la retorica del «nostro Shakespeare folkloristico, plebeo, contadino, ossia “volgare”»; l’aura di Verdi è anche nella robustezza “contadina” del suo impeto e della sua melodia, ma non può essere identificata esclusivamente in questo aspetto: i bicentenari, a volte, possono servire anche a riscoprire compositori che, per troppo amore, rischiamo di non comprendere fino in fondo.

La quarta di copertina

Qual è il ruolo di Parigi, e in particolare del suo “paesaggio sonoro”, nella Traviata di Giuseppe Verdi? Il compositore vi giunge per la prima volta nel 1847, pochi mesi dopo la morte (a ventitré anni) di Marie Duplessis, la celebre cortigiana – o “lorette”, come si sarebbe detto allora – ammalata di tisi ed emblema di quell’effimero metropolitano, gaudente e disperato, nel cui clima fiorirono un po’ tutte le “signore delle camelie”, ivi comprese Marguerite Gautier e Violetta Valery. A Parigi Verdi rimane per quasi due anni consecutivi: lì avvia la relazione con Giuseppina Strepponi, lì si immerge nel «popoloso deserto» del boulevard, frequentando assiduamente i teatri popolari, nei cui drammi la musica di scena era largamente utilizzata, sia come strumento di intensificazione emotiva e di spettacolarizzazione, sia con la funzione di memoria interna. È proprio in uno di questi teatri che, con ogni probabilità, Verdi assisterà alle prime rappresentazioni del dramma La dame aux camélias di Alexandre Dumas fils, che conobbe un enorme successo nel 1852. Attraverso una ricerca “sul campo” di stampo indiziario, Emilio Sala tenta di interpretare La traviata ricostruendo il ricco “sistema di rappresentazione” (musicale e non solo) di cui fa parte; un sistema che ha radici proprio nei teatri popolari del celebre Boulevard du Temple, e in cui il “moderno” baudelairiano – il transitorio, il fuggitivo, il contingente – si coagula intorno a delle costanti che ritroveremo tutte nell’opera di Verdi: il valzer e la polka, il colore spagnolo, il “bue grasso”, l’uso di un “motivo di reminiscenza” per dipingere la morte musicale, la festa rumorosa come palliativo e narcotico per il male di vivere.

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