Archivio per la categoria Parliamo di Regia

Caino & Caino

La recente proclamazione del rossiniano Mosè in Egitto con regia di Graham Vick come migliore spettacolo del 2011 a cura del Comitato del Premio Abbiati della Critica Italiana ha riaperto le discussioni su di un allestimento, proposto al Rossini Opera Festival di Pesaro la scorsa estate, che ha sollevato fior di polemiche, tra cui la minaccia di un’interrogazione parlamentare (non ci facciamo davvero mancare nulla in Italia) a cura di un senatore del PdL, tale Elio Massimo Palmizio. Costui, senza aver ovviamente visto lo spettacolo, parlò di una rilettura “sconcertante, per non dire offensiva, che arriva a paragonare la condizione del popolo ebraico prigioniero in Egitto a quella odierna dei palestinesi, e fa assurgere un terrorista di calibro internazionale come Osama Bin Laden al ruolo guida di un’intera popolazione quale fu Mosé“, ritenendo che uno spettacolo del genere poteva “fomentare ogni tipo di odio in un momento già di per sè grave“. Tanto per gettare benzina sul fuoco si diffuse (il tutto, ovviamente, prima del debutto dello spettacolo e dopo la Prova Generale) la notizia che il soprano israeliano Hila Baggio (impegnata nella Scala di Seta al Teatro Rossini) se ne sarebbe andata dalla prova “dopo appena mezz’ora, irritata da una lettura scenica da lei ritenuta antisraeliana o filopalestinese“. Scontati, quindi, gli strali contro Vick di antigiudaismo e antisemitismo, accusa particolarmente delirante quest’ultima, dato che (anche a non tener presente la commovente realizzazione del Moïse et Pharaon realizzata a Pesaro nel 1997 con riferimenti strazianti al dramma della Shoah) l’eventuale critica della politica di uno stato sovrano quale è Israele non deve necessariamente contenere tracce di intolleranza ebraica, ché altrimenti sarebbe come tacciare di razzismo tutti quelli che criticano la politica italiana (avendone ben donde, del resto). Polemiche politiche a parte, cosa si è visto di così scandaloso in questo Mosè in Egitto? Personalmente l’ho ritenuto uno degli spettacoli più emozionanti e intensi cui ho assisitito in vita mia, non privo di difetti (anche gravi), ma nel complesso dotato di una grande forza espressiva, che ben meriterebbe una registrazione in dvd, a dispetto del diluvio di fischi che, prevedibilmente, ha accolto Vick al debutto.

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Il profumo del mare

Uno dei più bei spettacoli visti in Italia negli ultimi dieci anni è la Lucia di Lammermoor allestita al Teatro Lirico di Cagliari nel 2000 da Denis Krief (che per questo spettacolo ricevette il Premio Abbiati della critica italiana) e, da lì, ripresa in più occasioni non solo a Cagliari ma anche a Napoli e a Parma (le foto del post si riferiscono proprio all’allestimento parmigiano del 2009, cui ho assistito). Si tratta di uno spettacolo semplice, ma tutt’altro che banale o scontato, pur potendo contare su ridottissimi elementi scenici che, proprio per questo, acquistano un grande spessore simbolico. La scena è fissa per tutta l’opera, seguendo una linea minimalista molto insistita e tipica dello stile di Krief che trova proprio in questa Lucia uno dei suoi spettacoli più riusciti e suggestivi. Al proscenio si vede una distesa di pietre bianche su cui è posta una semplice panchina di lato; il palcoscenico è chiuso da pareti bianche e bronzee, attraversato da luci spesso violente e da proiezioni mentre un leggero e impalpabile velo nero scende durante alcuni momenti clou a isolare l’ambientazione “esterna” (ma sarebbe meglio dire “onirica”) del proscenio, con le sue pietre e la sua panchina, dal resto del palco. Tutto qui, ma con questi pochissimi elementi Krief riesce a confezionare uno spettacolo estremamente suggestivo e affascinante, soprattutto per merito di un interessante lavoro di recitazione svolto con gli artisti, ai quali viene imposta una gestualità il più possibile naturale per condurre a una quotidianità e a una spontaneità notevoli. L’ambientazione è spostata verso la fine dell’800, ma con molta discrezione e senza sottolineature eccessive, accentuando il carattere borghese della tragedia donizettiana in cui una società maschile (e, in questo caso, militare) prevarica sulla sensibilità della protagonista.

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Gli occhi della luna

La “gestione Gelb” del Metropolitan Opera ha portato a un drastico rinnovamento del parco allestimenti del teatro newyorkese, da sempre considerato tempio della tradizione più tradizionale. L’ingresso di alcuni dei grandi nomi del teatro di regia al Met è avvenuto, però, con lo strascico di alcune prevedibili polemiche: il problema di uno spazio aperto tutte le sere come il Metropolitan Opera, in cui gli allestimenti vengono riproposti per molte stagioni, è quello di realizzare spettacoli che possano essere tranquillamente adattati a interpreti dal diverso carisma nel corso di molteplici riprese. Se, però, ammettiamo che la regia sia un elemento così importante nel teatro contemporaneo dobbiamo anche ammettere che non tutti gli interpreti sono in grado di muoversi in spettacoli creati da colleghi dalla diversa psicologia, dalla diversa complessità comunicativa e, in sintesi, dalla diversa concezione scenica e musicale di un ruolo. A questo problema c’è da aggiungere la consueta riottosità dei finanziatori del teatro ad accettare allestimenti considerati troppo “innovativi”, col risultato che alcuni dei più bei nomi del teatro contemporaneo, chiamati ad allestire gli allestimenti del “nuovo corso” del Met, abbiano qui firmato alcuni dei loro spettacoli più deboli e insulsi: stando attenti a non deludere né il pubblico più reazionario (che chiama certi allestimenti moderni col dispregiativo “Eurotrash”) né i loro fan più “rivoluzionari” sia Luc Bondy in Tosca che Robert Lepage nel wagneriano Ring (solo per citare due esempi) hanno, di fatto, deluso più o meno tutti. Tuttavia la gestione di Peter Gelb ha condotto anche alla realizzazione di alcuni spettacoli davvero bellissimi, per fortuna immortalati in dvd grazie all’eccellente pratica di realizzare videoriprese in HD di molte serate: un ottimo risultato è stata la donizettiana Lucia di Lammermoor allestita come inaugurazione della Stagione 2007/2008 e più volte ripresa sul palcoscenico del Metropolitan con la regia di Mary Zimmermann.

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L’amore ai tempi dello spaccio

La progressiva (e discussa) messa in scena della Trilogia dapontiana alla Fenice di Venezia per le cure registiche di Damiano Michieletto (Don Giovanni ha debuttato nel 2010, Le nozze di Figaro lo scorso ottobre mentre il Così fan tutte è previsto il prossimo febbraio) sta definitivamente consacrando il giovane regista veneziano come uno degli interpreti più originali e interessanti dell’attuale scena registica italiana. Il debutto di Michieletto (autore anche di splendide regie rossiniane) nel repertorio mozartiano era tuttavia avvenuto con Die Entführung aus dem Serail (Il ratto dal serraglio) allestito nel 2009 al Teatro San Carlo di Napoli, uno spettacolo controverso e particolare, ma affascinante e persuasivo, che ambientava l’intera azione del dinamico singspiel mozartiano su libretto di Christoph Friedrich Bretzner su uno yacht sperduto nel Mar Mediterraneo. Ho assistito allo spettacolo dal vivo e lo trovai un allestimento di grande bellezza e classe, in grado di sintetizzare con estrema intelligenza alcuni dei nodi cardine dell’opera mozartiana pur partendo da una radicale ricontestualizzazione della vicenda, ambientata ovviamente ai nostri giorni.

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I Quadri di Bellini – 2 – Norma

Rispetto a Sonnambula il clima estetico e espressivo di Norma appare meno problematico e ambiguo: di fatto Norma (altro libretto di Felice Romani) è un’opera che pone anche meno problemi ai registi che, di volta in volta, possono decidere di ambientare la vicenda della spergiura sacerdotessa druidica in un clima neoclassico, romantico, borghese, futuristico persino… Una simile varietà espressiva è data dalla robusta solidità del soggetto, che riesce a mantenere uno stabile equilibrio strutturale pur non rinunciando a un deciso affondo nella tradizione delle maghe schernite e/o sacerdotesse spergiure, mediando la narrazione con una nuova umanità della sua protagonista. Lo stesso Bellini, del resto, aveva le idee chiare nello scrivere a Giuditta Pasta (creatrice del ruolo) a proposito del soggetto:

Romani lo crede di grande effetto e proprio pel suo carattere enciclopedico, perché tale è quello di Norma. Egli imposterà in modo le situazioni che non avranno alcuna reminiscenza con altri soggetti, e toccherà, e sino cambierà dei caratteri se la necessità lo richiederà per cavarne più effetto.

Il modello principale del libretto di Romani è un dramma francese di Alexander Soumet, Norma, ou l’Infanticide, che unisce svariate suggestioni mitiche e storiche:

  • la donna tradita e potenzialmente infanticita (Medea);
  • il tema della sacerdotessa spergiura ai propri voti (Vestale di Spontini);
  • il clima celtico, che occhieggia alla mitica Valléda di cui anche Chateubriand parla nei suoi Martyrs.

Questo breve elenco di “precedenti” definisce benissimo le motivazioni per cui il soggetto possa definirsi al tempo stesso uguale a nessun altro e “enciclopedico”.

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I Quadri di Bellini – 1 – La Sonnambula

Una delle opere più strane e affascinanti all’interno del parco catalogo belliniano è, indubbiamente, La Sonnambula: affascinante perché non si può non rimanere colpiti dalla sottile poesia che emana dalla sua musica, strana perché il libretto appare ai nostri smaliziati occhi contemporanei come discutibile, nel migliore dei casi, o come una sfilza di imperdonabili scemenze nobilitate dall’altezza della musica, nel peggiore. In realtà illustri studiosi (v. Bibliografia a fine pagina) hanno ormai da tempo sdoganato il capolavoro belliniano, ricostruendone con perizia il particolare e sfuggente clima espressivo in pagine interessanti e toccanti. Rimandando ai saggi indicati in Bibliografia per un discorso più approfondito provo a riassumere in poche righe: il libretto di Felice Romani venne tratto da La Somnambule ou L’arrivée d’un nouveau seigneur, un ballet-pantomime di Eugène Scribe e Pierre Aumer (1827) nonché da La Somnambule, comédie-vaudeville dello stesso Scribe e Germain Delavigne (1819) e, nell’attraversare le Alpi, il soggetto vide modificare radicalmente il proprio clima espressivo, anche grazie alla particolare poetica belliniana, immersa in evidenti richiami a modelli settecenteschi mescolati e rapide folate già pienamente romantiche. Bellini, prima di tutto, prende decisamente sul serio il libretto di Romani, in cui le connotazioni cittadine e piccanti (in una parola: borghesi) dei lavori di Scribe vengono dismesse in favore di un clima idillico e arcadico: l’atmosfera, soprattutto per quel che riguarda il coro, è quasi settecentesca nella bonaria e semplicistica descrizione della psicologia degli abitanti del villaggio, che ondeggiano tra sapidi tratti ironici e atmosfere in cui aleggia un delicato clima di mistero. Si tratta di un mondo perduto e, forse, mai esistito, contemplato con struggente nostalgia e in cui si innesta la figura dell’intellettuale Rodolfo, a metà tra il promeneur solitario e l’intellettuale illuminista, che spiega con razionalità ciò che la semplicità degli abitanti non riesce a capire, ovvero il sonnambulismo. Nulla turba troppo radicalmente questo delicato microclima e, tantomeno, non poteva farlo la scoperta che rendeva Amina figlia del Conte Rodolfo: nel rinunciare a questo snodo drammaturgico Bellini, volendo evitare la scena in sospetto d’incesto della protagonista sonnambula in camera del Conte, accentua quel clima nostalgico nei confronti di un mondo incontaminato descritto con una musica che Degrada felicemente definì “religiosa” (“religione del sentimento, degli affetti, della fraterna e partecipe comunità degli spiriti con il mondo dell’uomo e della natura”).

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Ambiguità dei Vespri Siciliani

L’ingresso del concetto di regia nel mondo dell’opera lirica è avvenuto ormai da molti anni ma, che ci si creda o meno, è ancora visto con sospetto dal mondo melomane. Tra le ragioni di questa diffidenza c’è il madornale equivoco che ancora, almeno in Italia, tende a confondere il concetto di regia (ovvero il lavoro con gli artisti sui personaggi e sulla recitazione) con l’ambientazione scenografica. Basta, quindi, un’ambientazione che non sia rispettosa dei dettami librettistici per parlare di avanguardia, anche nel caso di una regia tradizionale (rispettosa, quindi dei rapporti tra i personaggi e, in generale, della trama), mentre una regia radicalmente ripensata e decontestualizzata, magari calata in un’ambientazione storica e rassicurante, tende a passare inosservata. Il mondo della prosa ha superato questa impasse ormai da molti anni, mentre nel mondo dell’opera ancora si fa molta fatica a distinguere il grano dal loglio (un’ambientazione contemporanea o infedele al libretto NON è sempre sinonimo di grande interpretazione) nell’ambito delle proposte più stimolanti e ripensate.
Un esempio di spettacolo decontestualizzato e ripensato, sia dal punto di vista registico che dell’ambientazione, ma al tempo stesso sostanzialmente fedele in molti punti agli equilibri del libretto originale, è stato offerto dalla recente produzione dei verdiani Vespri Siciliani che il Teatro Regio di Torino ha allestito nell’ambito delle Celebrazioni per il 150° dell’Unità d’Italia.
Davide Livermore, al timone della regia, ha scelto di spostare nel tempo la vicenda dell’opera, calandola nella nostra contemporaneità e parlando un linguaggio ricco di riferimenti al presente.
Nessuna fedeltà alla “forma”, per così dire, del libretto verdiano, ma invece un’estrema fedeltà alla sua sostanza e, per quel che mi riguarda, uno degli spettacoli più emozionanti e suggestivi degli ultimi anni, tanto che ben più del Nabucco romano avrebbe meritato una diretta su Rai3 anziché essere relegato, si fa per dire, su Rai Storia, dove inevitabilmente ha ottenuto meno visibilità.

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