Articoli con tag Teatro Regio di Torino

Wuthering Heights

Wuthering Heights, il titolo originale di Cime Tempestose, celebre romanzo di Emily Brontë, e già questo titolo “è un rombo di tuono arrestato sull’orlo di una impennata fonica“, come notava Viola Papetti nell’Introduzione al romanzo in questione in un’edizione distribuita in edicola qualche anno fa. Al capolavoro letterario della Brontë e alla presenza della brughiera del North Yorkshire ricoperta di erica, in cui venne girato il film di Peter Kosminsky del 1992 tratto dal romanzo stesso, devono essersi ispirati lo scenografo Paul Brown e il regista Graham Vick per la loro celeberrima rilettura della Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti, un fortunatissimo spettacolo che, dopo il debutto al 59° Maggio Musicale Fiorentino del 1996 (poco prima delle celebrazioni donizettiane del 1997/98), è stato più e più volte riproposto in Italia e all’estero, fino all’ultima (per ora) ripresa al Teatro Regio di Torino nella scorsa Stagione Lirica, ripresa cui si riferiscono le foto che accompagnano il post. A onor del vero il paesaggio delle Lammermuir Hills, una località posta nel Sud della Scozia, in cui Walter Scott aveva ambientato il romanzo The Bride of Lammermoor alla base del capolavoro donizettiano, non offre suggestioni paesaggistiche dissimili da quello dello North Yorkshire, per cui la scelta di Vick e Brown appare pienamente condivisibile (senza contare che anche nel libro della Brontë la presenza del soprannaturale potrebbe essere ascritta alla morbosa sensibilità della protagonista, come è il caso di Lucia).

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Ambiguità dei Vespri Siciliani

L’ingresso del concetto di regia nel mondo dell’opera lirica è avvenuto ormai da molti anni ma, che ci si creda o meno, è ancora visto con sospetto dal mondo melomane. Tra le ragioni di questa diffidenza c’è il madornale equivoco che ancora, almeno in Italia, tende a confondere il concetto di regia (ovvero il lavoro con gli artisti sui personaggi e sulla recitazione) con l’ambientazione scenografica. Basta, quindi, un’ambientazione che non sia rispettosa dei dettami librettistici per parlare di avanguardia, anche nel caso di una regia tradizionale (rispettosa, quindi dei rapporti tra i personaggi e, in generale, della trama), mentre una regia radicalmente ripensata e decontestualizzata, magari calata in un’ambientazione storica e rassicurante, tende a passare inosservata. Il mondo della prosa ha superato questa impasse ormai da molti anni, mentre nel mondo dell’opera ancora si fa molta fatica a distinguere il grano dal loglio (un’ambientazione contemporanea o infedele al libretto NON è sempre sinonimo di grande interpretazione) nell’ambito delle proposte più stimolanti e ripensate.
Un esempio di spettacolo decontestualizzato e ripensato, sia dal punto di vista registico che dell’ambientazione, ma al tempo stesso sostanzialmente fedele in molti punti agli equilibri del libretto originale, è stato offerto dalla recente produzione dei verdiani Vespri Siciliani che il Teatro Regio di Torino ha allestito nell’ambito delle Celebrazioni per il 150° dell’Unità d’Italia.
Davide Livermore, al timone della regia, ha scelto di spostare nel tempo la vicenda dell’opera, calandola nella nostra contemporaneità e parlando un linguaggio ricco di riferimenti al presente.
Nessuna fedeltà alla “forma”, per così dire, del libretto verdiano, ma invece un’estrema fedeltà alla sua sostanza e, per quel che mi riguarda, uno degli spettacoli più emozionanti e suggestivi degli ultimi anni, tanto che ben più del Nabucco romano avrebbe meritato una diretta su Rai3 anziché essere relegato, si fa per dire, su Rai Storia, dove inevitabilmente ha ottenuto meno visibilità.

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