acta est fabula – 4 – La Vestale di Saverio Mercadante

Il soggetto della spontiniana Vestale (opera del 1807 in cui il conflitto tra l’amore e la religione viene felicimente risolto con il perdono divino del finale e relativo, festoso, matrimonio dei due protagonisti) non era nuovo nei primi decenni dell’800 e conservò una sua popolarità almeno fino alla metà del XIX secolo: prima di Gaspare Spontini musicarono un soggetto simile anche Domenico Cimarosa, Giuseppe Sarti, Giacomo Tritto, mentre dopo Spontini esso fu affrontato anche da Vincenzo Pucitta, Giovanni Pacini e, soprattutto, Saverio Mercadante, la cui Vestale (debutto al Teatro San Carlo di Napoli il 10 marzo 1840) appare particolarmente interessante per come vira in atmosfere tragiche e disperate (in una parola: romantiche) l’ottimismo “neoclassico” che, a dispetto del conflitto tra religione e amore, permea il capolavoro di Spontini, rendendolo una storia densa di cupo e desolante “male di vivere”, sullo sfondo di una Roma fastosa e opprimente, già decadente perché troppo sontuosa e con i germi del declino ravvisabili nel meccanismo che sovrintende a esistenze votate al culto di dei lontani, irraggiungibili e indifferenti, da placare con inumani e inutili sacrifici. Se si dovesse fare un paragone con un’opera d’arte dei nostri tempi si potrebbe paragonare, mutatis mutandis, l’atmosfera rinunciataria e cupa di questa opera mercadantiana a quella, pure desolante e priva di speranza, del romanzo La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano.

La trama – Emilia, credendo morto l’innamorato Decio, ha preso i voti come vestale, ma il ritorno dell’uomo a Roma come vincitore dei Galli getta la donna nel panico e invano l’amica Giunia (vestale anch’essa) tenta di dissuaderla dal cedere a un amore che ormai non le può più appartenere, in quanto sacerdotessa. Decio, aiutato dall’amico Publio, si introduce nottetempo nel tempio di Vesta per incontrare Emilia: il sacro fuoco della dea (che deve rimanere perennemente acceso, pena la sventura su Roma) si spegne ed Emilia viene arrestata. Publio muore nel tentativo di aiutare Decio, che si pugnala sulla tomba ove Emilia è stata appena sepolta viva mentre i sacerdoti, implacabili, chiosano: “Son vendicati gli Eterni appieno!”

L’opera coniuga in maniera molto particolare il soggetto di stampo neoclassico derivato dalla tragédie Lyrique settecentesca (e, quindi, da Spontini) con il cupo pessimismo romantico tipico degli anni ’40 e tipico, soprattutto, dei convulsi libretti di Salvadore Cammarano. Il lavoro, a dispetto della sua affascinante e malinconica atmosfera espressiva, presenta comunque pregi e difetti del Mercadante operista, da sempre un autore più studiato che allestito, più ammirato che realmente amato: questa Roma crepuscolare e schiacciante, in cui l’amore e l’amicizia risultano sommersi con violenza e in cui è impossibile la ricerca della felicità, è raffigurata da una musica di scrittura molto curata, ma a cui manca (come del resto manca a quasi tutto Mercadante) quella capacità di “coniare melodie capaci di riassumere per intero, nel loro flusso immaginoso, l’atmosfera sentimentale del momento”, come nota Elvio Giudici, aggiungendo anche “per questo forse (Mercadante) asseriva di avervi rinunciato”. Questo limite è particolarmente evidente nella Vestale anche perché il libretto di Cammarano recupera parte del Poliuto approntato per Donizetti l’anno precedente e vietato dalla censura: è interessante quindi confrontare (oggi che il Poliuto è di nuovo in repertorio) come la sensibilità donizettiana riesca a cogliere il senso emotivo di frasi come “Perché di stolto giubilo / mi balzi o cor nel petto” o “No, l’acciar non fu spietato / che versava il sangue mio” e di come invece non vi riesca Mercadante, preferendo concentrarsi sulla cura dello strumentale (molto raffinato, specialmente nelle torbide atmosfere notturne del II Atto) che, però, non esaurisce le possibilità espressive della Roma decadente e cupa dipinta nel testo.

Dal punto di vista formale si segue la “rivoluzione” già iniziata con Il giuramento (Milano, 1837) e così descritta in una pluricitata lettera dello stesso Mercadante: “variate le forme – Bando alle Cabalette triviali, esilio a’ crescendo. Tessitura corta: meno repliche – Qualche novità nelle cadenze – Curata la parte drammatica: l’orchestra ricca, senza coprire il canto – Tolti i lunghi assoli ne’ pezzi concertati, che obbligavano le altre parti ad essere fredde, a danno dell’azione – Poca gran cassa, e pochissima banda.” La riforma è talmente applicata nella Vestale che si ha quasi l’impressione che Mercadante voglia giungere fino alla provocazione gratuita e fine a se stessa: non è prevista nessuna aria solista per i due infelici amanti protagonisti (Emilia e Decio) mentre i rispettivi amici e confidenti ne hanno ben una a testa (per giunta aria doppia, con tanto di cabaletta, nel caso di Publio) senza contare l’introduzione del Gran Sacerdote Metello Pio al grande pezzo d’insieme del II Atto.  La preghiera di Giunia, un commosso Andante con cui si apre il II Atto, è poi tra le pagine più riuscite dell’opera, nel suo breve e raccolto intimismo.

La mancanza di brani solisti rende ancora più disperato e struggente l’anelito amoroso di Emilia e Decio, la cui passione disperata non conosce tregua o stasi, ma questo taglio così originale non viene sfruttato se non in parte dell’autore, col risultato finale che proprio i due amorosi sono i personaggi più sfuggenti e ambigui, a fronte di due confidenti ben caraterizzati e, anzi, talmente leali e pieni di pathos nella loro gara di amicizia (Giunia arriverà ad accusare se stessa nel tentativo di salvare l’amica Emilia, mentre Publio morirà nel tentativo di impedire il supplizio dopo aver perorato la causa di Decio con un’intensa scena solista) da far dire a Giudici che “si potrebbe senza falsi pudori asserire che Giunia ama Emilia e che Publio ama Decio”. Se mancano le arie soliste abbondano, in compenso, i confronti: Emilia confida a Giunia il suo amore disperato in un lungo duetto che costituisce anche la presentazione delle due donne, un duetto tra Decio e Publio chiude, con estrema efficacia drammaturgica, il I Atto dopo la fastosa scena dell’incoronazione di Decio; il duetto tra Decio e Emilia al cospetto del sacro fuoco di Vesta brucia con efficacia drammatica il cupo confronto tra i due amanti mentre Emilia si congeda da Giulia (non da Decio) con un significativo e toccante duetto (“Ah, mira gli incensi”, con tanto di mini scena di follia di Emilia, che immagina il suo matrimonio con Decio) che costituisce, di fatto, il Finale III, essendo il suicidio di Decio svolto in pochissime e disperate battute. Molto bella è poi la resa delle ampie scene di massa, che offrono il necessario contrasto con l’intimismo dei quattro duetti: spicca l’Ottetto che, al centro del I Atto, costituisce il fulcro dei festeggiamenti di Decio, al cui interno l’agnizione di Emilia da parte dell’amato si svolge in poche e tesissime battute; un brano di cui si ammirano la scrittura e la coerenza drammaturgica.

Un’opera strana, quindi, questa Vestale: strana perché la raffinata e malinconica pittura di una Roma crepuscolare, chiusa nel vuoto meccanismo di rituali meccanici e privi di senso, avviene con un’orchestrazione che non manca di momenti interessanti e studiati (oltre all’atmosfera notturna e minacciosa del II Atto è degno di nota il Finale III) ma che non riesce quasi a mai a tradursi ipso facto in comunicativa, non trovando, quindi, una vera empatia dei personaggi principali con lo spettatore. Ecco il perché del paragone che ho proposto con il romanzo di Paolo Giordano (ma la presenza di una scena di trionfo e del supplizio finale dell’eroina ha condotto alcuni critici ad avanzare  anche similitudini con la verdiana Aida): come i personaggi di Alice e Mattia (protagonisti del libro di Giordano) faticano ad essere realmente amati dal lettore, così Emilia e Decio non hanno l’immediata e istintiva simpatia di cui godono tanti e tante eroi ed eroine loro contemporanei. È questo un limite, indubbiamente (sia musicale che drammaturgico), ma anche una caratteristica di un titolo così particolare: La Vestale è una storia di giovani schiacciati dalla politica e dal potere di vecchi irremovibili nelle loro posizioni (“Io custodisco, non distruggo le leggi” aveva detto il console Licinio – padre di Decio – come risposta alle suppliche di Publio per risparmiare la vita di Emilia) e la fisionomia di questi giovani è sfuggente al pari di quella di tanti e tanti altri loro coetanei, costretti da una società irremovibile al sacrificio della propria vita e delle proprie aspirazioni. Ma nonostante i suoi difetti La Vestale di Mercadante è anche un’opera molto interessante e che, soprattutto trovando un direttore in grado di valorizzare la bellezza della scrittura orchestrale coniugandola all’estrema concisione della vicenda (meno di 100 minuti di musica), potrebbe reggere bene alla prova del palcoscenico. Il fulcro emotivo del lavoro può essere riassunto nelle brevi battute in Andante mosso su cui Decio muore dopo essersi pugnalato: “Su quella tomba… io voglio almeno / Spirar quest’alma… già… fuggitiva… / T’aspetto… Emilia… di Stige… in riva… / La vita io lascio… ma… non… l’amore…”, la rinuncia e l’addio alla vita, a dispetto del testo, non prefigurano un lieto fine dilazionato nell’aldilà, ma una sconfitta totale e pessimistica, una rassegnazione all’infelicità terrena su cui un regista moderno potrebbe lavorare con profitto in un’ipotetica rimessa in scena dell’opera.

Alla prima il lavoro venne accolto con grande successo, consacrando Mercadante come uno degli autori più importanti della sua epoca (Giuseppe Verdi sarebbe esploso due anni dopo con Nabucco) e l’opera restò nel repertorio dei teatri d’epoca incontrando sempre il favore del pubblico, prima di diradare le sue apparizioni e poi scomparire a fine ‘800: nel 1840 crearono la Vestale al Teatro San Carlo Adelina Spech-Salvi (Emilia), Eloisa Buccini (Giunia) assieme al grande baritono francese Paul Barroilhet (Publio) e al tenore svizzero Domenico Reina (Decio), già creatore di opere come La Straniera di Bellini e Gemma di Vergy di Donizetti.

Ascoltare La Vestale (di Mercadante)

Dell’opera esistono due edizioni in cd, entrambe live e in catalogo: la Bongiovanni propone una registrazione effettuata nel 1987 al Teatro di Spalato con Dunja Vejzovic, Paola Romanò, Gianfranco Cecchele, Franco Sioli e Giancarlo Boldrini diretti da Vjekoslav Sutej, in un’esecuzione corretta ma con poca vita teatrale, anche prescindendo dal livello purtroppo non esaltante dei complessi del Teatro Nazionale Croato di Spalato chiamati al non facile compito di ridare vita al lavoro in questione. Meglio il doppio cd edito dalla Marco Polo e registrato al Festival di Wexford, in cui si apprezza l’evidente entusiasmo dell’intera compagnia, con una direzione, di Paolo Arrivabeni, ben più intensa nella sua fremente drammaticità, con cui si esaltano i momenti migliori della scrittura mercadantiana cercando di ovviare alle debolezze della partitura; va anche detto che sia il Wexford Festival Opera Chorus (guidato da Lubomír Mátl) che la Cracow Philarmonic Orchestra si dimostrano complessi migliori dei colleghi del cd Bongiovanni. Giovane ma interessante il cast, che testimonia ancora una volta la cura e l’interesse che il festival irlandese immette nelle sue produzioni: Doriana Millazzo è Emilia, Agata Bienkowska è Giunia, mentre Dante Alcalà e Davide Damiani sono rispettivamente Decio e Publio, accanto al Metello Pio di Andrea Patucelli. Dell’opera esisterebbe anche un ulteriore live (che non conosco) registrato a Civitavecchia il 26 agosto 1970 con Angela Vercelli, Miriam Pirazzini, Giuseppe Gismondo, Guido Guarnera e Alfredo Colella guidati da Giuseppe Ruisi a capo dell’Orchestra e Coro di Altamura, ma la registrazione è di rara reperibilità e, per giunta, solo in LP non essendo mai stata stampata in cd.

Le immagini dell’articolo sono foto della tomba della Vestale Cossinia a Tivoli.

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  1. #1 di icittadiniprimaditutto il 28 luglio 2012 - 11:05

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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