Attila: Tre arie per Foresto

In generale i tenori non amano molto il personaggio di Foresto nell’Attila: per quanto destinatario di una delle più travolgenti scene patriottiche contenute in un’opera del primo Verdi (“Ella in poter del barbaro… Cara patria già madre e reina”) il ruolo è decisamente subordinato al carisma del basso protagonista e del baritono, impiegato nell’ambiguo ma affascinante ruolo di Ezio. Chissà se anche questa “non centralità” del personaggio all’interno degli equilibri musicali dell’opera influì nella storia interpretativa del lavoro durante il XIX secolo: la presenza di ben due romanze alternative composte da Verdi in sostituzione di quella originariamente prevista per Foresto in apertura del III Atto (“Che non avrebbe il misero”) potrebbe suffragare l’ipotesi che il ruolo non solleticasse sufficientemente l’estro e l’ego dei “primi tenori” ottocenteschi, che richiesero (e ottennero) arie composte a loro beneficio per esaltare al meglio le caratteristiche vocali ed espressive di ogni interprete.

All’interno di una medesima situazione espressiva (Foresto, credendosi tradito e abbandonato da Odabella che gli ha impedito di uccidere Attila, piange la sua sventura e chiama traditrice la donna prima tanto amata) un interprete odierno può scegliere – almeno in linea teorica – quale delle tre romanze possa esplicare al meglio le proprie qualità e inserirla nel corpo dell’opera. È significativo, en passant, notare che invece la grande e spettacolare scena patriottica con cui si chiude il Prologo venne, ovviamente, accettata quasi sempre senza riserve.

Teatro La Fenice di Venezia, marzo 1846 – Carlo Guasco [Foresto]

Per il debutto dell’opera la parte di Foresto venne assegnata al tenore piemontese Carlo Guasco che doveva essere un cantante ferrato tanto nelle scene di grazia e di lirismo che in quelle più eroiche, dato che sulle sue qualità Donizetti modellò il protagonista della sua Maria di Rohan e Verdi creò due ruoli apparentemente molto distanti tra loro come Oronte nei Lombardi alla Prima Crociata e Ernani nell’opera omonima (ma in quest’ultimo caso sappiamo che la parte non fu modellata specificatamente sulle caratteristiche di Guasco che, anzi, da principio si dimostrò piuttosto perplesso). Una spia dell’eleganza mista a fierezza che doveva essere caratteristica della vocalità di Guasco è proprio nella romanza “Che non avrebbe il misero” che apre il III Atto: la tessitura è prevalentemente centrale, la scrittura piana e piuttosto compatta, l’espressione al tempo stesso dolente e fiera.

Infida!
Il dì che brami è questo:
vedrai come ritorni a te Foresto!
Che non avrebbe il misero
per Odabella offerto?
Fino, deh, ciel perdonami,
fin l’immortal tuo serto.
Perché sul viso ai perfidi
diffondi il tuo seren?…
perché fai pari agli angeli
chi sì malvagio ha il sen?

Teatro Grande di Trieste, autunno 1846 – Nikolaj Kusmič Ivanov (Nicola Ivanoff) [Foresto]

Quattro mesi dopo la prima fu Gioachino Rossini a sollecitare Verdi acché componesse una nuova aria per il suo protetto Nicola Ivanoff, previsto Foresto a Trieste e già destinatario di un’altra aria alternativa (la grande scena “Odi il voto”) per Ernani, anch’essa sollecitata da Rossini. Il risultato fu un brano molto più complesso, sia come scrittura che come difficoltà vocale, di quello originariamente pensata per Guasco ma anche di quello che, di lì a poco, verrà scritta per Napoleone Moriani: evidentemente la bravura di Ivanoff e la sua sicurezza esecutiva meritavano di essere messe alla prova con un’aria più composita e complicata della precedente. C’è una gustosa lettera di Verdi a Francesco Maria Piave (che approntò il testo) in cui il compositore spiega come vorrebbe i versi:

Ho bisogno d’un favore – d’una Romanza con recitativo e due strofette l’argomento sarà un’amante che si lagna dell’infedeltà dell’amata (robe vecchie!) […]. Ti raccomando siano patetici e piangolosi: farai dire a quell’imbecille d’amante che egli avrebbe data la sua porzione di paradiso e ch’Ella la riccompensato con… Corni… Evvivano sempre i corni: Benedetti!…

A lungo ritenuta perduta la romanza (eseguita da Ivanoff per l’ultima volta a Torino nel 1849) è riapparsa negli anni ’90 dopo una donazione del collezionista Hans Moldenhauer alla Library of Congress di Washington, dove è stata indentificata da Philip Gossett. Nel brano vengono messe in luce quelle che dovevano essere le qualità migliori di Ivanoff, un tenore decisamente “all’antica” per i gusti dell’epoca, che si poneva nella scia degli imitatori di Rubininon è un caso che fosse un protegé di Rossini e il critico Emanuele Senici nota  giustamente che “non riesce difficile immaginarseli (Rossini e Ivanoff) lamentare insieme il declino dell’arte del canto e scuotere la testa davanti agli spartiti di Verdi”.

Infida!…
Fatta certezza è il dubbio…
I giuri suoi smentiva!… oh tradimento!
Straziata dal dolor l’alma mi sento!…
Sventurato! alla mia vita
Sol conforto era l’amor!
Sventurato! or disparita
Ogni gioia è dal mio cor!
Ah!.. perché le diede il cielo
Tanto fiore di beltà;
Se ad un cor dovea far velo
Nido reo d’infedeltà.

Teatro alla Scala di Milano, stagione di carnevale 1846/47 – Napoleone Moriani [Foresto]

Stando a quanto riporta Julius Budden nel suo poderoso studio sulle opere verdiane fu la sciatteria di questa produzione milanese a indignare Verdi tanto da chiedere poi a Ricordi, nel contratto del Macbeth, che l’opera in questione non venisse mai allestita alla Scala. Si trattò, in effetti, di un’esecuzione musicale eccellente (almeno stando alle croncahe d’epoca) ma viziata da una brutta messa in scena. Per il Foresto scaligero, Napoleone Moriani, Verdi scrisse tuttavia una nuova romanza “Oh dolore! ed io vivea”, che venne accolta, pare, trionfalmente dal pubblico presente. La romanza, un dolente Adagio accompagnato da clarinetti, corni e fagotti e poi dall’arpa, doveva esaltare le qualità migliori di Moriani, il “Cigno dell’Arno” noto anche come il “tenore della bella morte” per la sua tendenza a dare il meglio di sé nelle scene di agonia e/o di lancinante tristezza: da notare, tuttavia, che nel 1846 Moriani era già, presumibilmente, sulla via del declino e che, probabilmente, la richiesta di una nuovo romanza serviva al tempo stesso per rafforzare il prestigio dell’artista (che ritornava alla Scala da cui era stato assente per alcuni anni) al tempo stesso fornendogli un brano vocalmente meno esposto (ma non per questo meno complicato) della romanza originale “Che non avrebbe il misero”. Il canto del tenore fiorentino, nelle scene di agonia, veniva paragonato dai contemporanei a un “narciso che infranto piegasi e nel cui seno piange lamentevole l’eco che fugge” e non è difficile immaginare quanto partito Moriani potesse trarre da questo dolente Adagio.

Oh dolore! Ed io vivea
sol pensando alla spergiura,
fin l’esilio a me parea
men deserto e men crudel.
Ogni colpo di sventura
mi feria ma non nel cor.
Ah! Fui beato in quell’amore
come un angelo del ciel.

Considerando la bellezza della musica e pensando ai tutt’altro che onesti rapporti tra Moriani e la futura signora Verdi Giuseppina Strepponi (Moriani fu il padre piuttosto snaturato dei due figli della donna con cui ebbe una tempestosa relazione) non sorprende il perfido commento del Budden che, dopo aver descritto la cura della composizione da parte di Verdi, chiosa: “È più di quanto Moriani meritasse”.

Dove ascoltare le arie?

Quale delle tre romanze preferire lo scelga, infine, ognuno per conto proprio. Se la romanza “originale” (quella scritta per Guasco) viene eseguita in tutte le esecuzioni dell’opera disponibili sul mercato è tuttavia possibile ascoltare l’aria scritta per Moriani sia nel bel disco della Warner Fonit dedicato alle Pagine Inedite di Verdi eseguite da Luciano Pavarotti con la direzione di Claudio Abbado, sia nel poderoso cofanetto Deutsche Grammophon in cui Plácido Domingo interpreta tutte le arie per tenore verdiane (ma l’esecuzione di Pavarotti – Abbado è migliore di quella di Domingo, per l’occasione diretto da Valery Gergiev). L’aria scritta per Ivanoff, infine, è stata eseguita per la prima volta a Chicago, durante la Stagione 2000/2001, durante una produzione dell’opera diretta da Renato Palumbo con Martin Thompson (Foresto), Samuel Ramey (Attila), Anthony Michaels-Moore (Ezio) e Andrea Gruber (Odabella): il broadcast di queste recite americane, con un po’ di fortuna, è reperibile in rete.

Bibliografia

  • Emanuele Senici: “Prima donna Sig.na Sofia Loewe, primo tenore Guasco”: cantanti, caratterizzazione e scelte compositive nell’Attila in: Giuseppe Verdi – Attila, Teatro La Fenice di Venezia, 26 marzo 20o4
  • Julius Budden: Attila in: Le opere di Verdi. Da Oberto a Rigoletto, Torino, EDT, 1985
  • Emanuele Senici: Per Guasco, Ivanoff e Moriani: le tre versioni della romanza di Foresto nell”Attila” in: Pensieri per un maestro. Studi in onore di Pierluigi Petrobelli, Torino, EDT, 2003
  • Philip Gossett: Giuseppe Verdi’s Attila (Philip Gossett, A new romanza for “Attila”, “Studi Verdiani”, IX, 1993)

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