Archivio per settembre 2011

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A breve su queste pagine un nuovo ciclo di melodrammi, stavolta dedicato ai lavori di ambientazione marinara o piratesca, tutti ovviamente appartenenti alla fertile stagione operistica italiana del XIX secolo.

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Il cielo in una camera

Quando si pensa alla musica vocale con accompagnamento di pianoforte la prima cosa che viene in mente è lo sterminato, quanto affascinante, repertorio dei lieder tedeschi, che da Carl Loewe a Hugo Wolf (passando, ovviamente, per Franz Schubert e Robert Schumann) offrono all’appassionato e all’artista un oceano di musica splendida da cui attingere per la programmazione concertistica e/o l’ascolto casalingo. Tuttavia anche il XIX secolo italiano ha visto la diffusione delle melodie pensate per l’esecuzione privata con voce e pianoforte, anche se un paragone con il mondo dei lieder sarebbe ingeneroso, soprattutto per quel che riguarda la quantità: per quanto concerne la qualità di tali composizioni, sia detto senza piaggeria né inutili campanilismi, ci sono invece moltissime ballate e romanze che non hanno nulla da invidiare ai più celebrati lieder di Schubert (compositore che, per inciso, adoro) e che non sarebbe male poter riascoltare più spesso nelle sale da concerto. Dei quattro operisti italiani che hanno segnato il XIX secolo quello che ha ottenuto maggior fortuna, anche discografica, nel suo repertorio vocale da camera è stato senza dubbio Gioachino Rossini, beneficiario anche della vera e propria ubriacatura specialistica che invase il mondo della musica tra gli anni ’80 e ’90 e che portò grandissimi artisti (tra cui Marilyn Horne e Rockwell Blake) a incidere splendidi album per voce e pianoforte interamente dedicati alle composizioni del Cigno di Pesaro. I dischi che voglio segnalare oggi, in ogni caso, sono invece due registrazioni recenti, impaginate con estrema eleganza e perizia da una raffinata artista contemporanea e da una casa discografica che della filologia e della cura esecutiva ha fatto la sua bandiera, ovvero Anna Bonitatibus e Opera Rara.

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Un Turco a Napoli

“Ce l’ho… ce l’ho… manca!”: questo è il ritornello di ogni collezionista che si rispetti che, da qualche tempo a questa parte, possono applicare alla discografia rossiniana anche gli appassionati del compositore pesarese. Esaurita, in parte, l’ubriacatura rossiniana degli anni ’80 e ’90 (che ha portato all’esecuzione integrale di tutte le opere del pesarese) le case discografiche e le istituzioni teatrali si sono cominciate a orientare verso tutte le versioni alternative (a volte autografe, a volte spurie). Nel caso della cosiddetta “versione di Napoli” del Turco in Italia (allestita nel 2009 al Teatro Olimpico di Vicenza e ora edita in dvd dalla Bongiovanni) le note alla registrazione di Marco Marcarini ci informano che “la partitura utilizzata per le recite napoletane è andata malauguratamente perduta” ma è ricostruibile sulla base di “una copia del libretto stampato per l’occasione, conservata presso la biblioteca del Conservatorio di San Pietro a Majella”. Una versione probabilmente autografa, dunque (ancora dalle note: “l’ipotesi dell’intervento diretto di Rossini avrebbe forse potuto trovare un’oggettivazione in presenza di adattamenti di suo pugno”) comunque interessante nel far comprendere come la struttura di un’opera lirica fosse, nella prima metà del XIX secolo, un organismo estremamente variabile e soggetto a numerose modifiche. Nel caso specifico del Turco in Italia (che debuttò a Milano con scarso successo nel 1814) il fatto curioso è notare la presenza di molti brani che il pubblico napoletano aveva già conosciuto perché inseriti nella Gazzetta rappresentata al Teatro dei Fiorentini il 26 settembre 1816, tra cui non solo quelli già presenti nella versione “originale” dell’opera (duetto Fiorilla e Geronio e concertato del II Atto) ma anche la “nuova” aria d’entrata della primadonna (comunque mutuata da quella composta per le recite romane del Turco avvenute nel 1815).

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Maometto & Maometto: Gioachino Rossini

Ascoltare il Maometto II tenendo presente il luogo comune secondo cui Rossini sarebbe un compositore astratto e sostanzialmente poco interessato ai suoi soggetti è abbastanza utile per capire come, in realtà, non sempre questa posizione sia sostenibile. Molti studiosi hanno, infatti, parlato di “tinta” (usando un termine verdiano) per definire il clima tragico e disperato di cui l’intera partitura è permeata: priva di Sinfonia (come è il caso per la maggior parte delle opere “sperimentali” composte per il Teatro San Carlo di Napoli da Rossini) l’opera inizia infatti con una complessa Introduzione in cui episodi corali e tirate solistiche si alternano nella definizione di un clima notturno di incertezza e paura. Lo stesso clima sperimentale del lavoro è anche alla base della smisurata dilatazione cui sono sottoposti i numeri della partitura: in un’opera seria dal soggetto tragico era infatti consuetudine applicare lo stile alto anche alla costruzione della partitura, all’uopo dilatata nelle proporzioni per raggiungere quel sublime senso drammatico necessario; eppure, anche tenendo conto di queste premesse, l’abnorme ingigantirsi delle proporzioni all’interno dei numeri dell’opera stupisce ancora oggi l’ascoltatore rossiniano.

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Maometto & Maometto: Peter von Winter

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando la quasi unanimità delle enciclopedie e dei dizionari d’opera indicava nella tragedia di Voltaire Le Fanatisme, ou Mahomet le Prophète la principale fonte del rossiniano Maometto II: ci volle uno studio degli anni ’70 a firma di Bruno Cagli per capire che la fonte del capolavoro di Rossini era, in realtà, una tragedia del letterato Cesare Della Valle, autore anche del notevolissimo libretto dell’opera in cui, peraltro, non si parla del fondatore della religione islamica ma delle imprese di Mehmet II Al-Fātih, celebre conquistatore (Al-Fātih significa appunto “Il Conquistatore”) arabo che, alla fine del 1400, fece tremare di Paura l’Europa con le sue scorrerie. La tragedia di Voltaire, tuttavia, era stata alla base di un’altra opera, rappresentata alla Scala di Milano nel 1817 (tre anni prima il debutto del Maometto II al Teatro San Carlo di Napoli), ovvero Maometto che, su libretto di Felice Romani, venne messo in musica dal compositore tedesco Peter von Winter. Peter von Winter nacque a Mannheim nel 1754 e morì nel 1825 a Monaco, presso la cui corte fu assai attivo nel corso della sua intera esistenza: fu un compositore estremamente prolifico ed eterogeneo, autore di oltre quaranta lavori teatrali tra singspiel, melodrammi, opere giocose e opere italiane. Maometto si pone nell’ultima fase della carriera operistica di Winter e colse, al suo debutto, un successo caloroso e lusinghiero, tanto da toccare 45 repliche dopo l’apprezzamento della prima, avvenuta il 28 gennaio 1817; il cast milanese, del resto, vide agire sul palco alcuni tra i più celebri e rinomati cantanti lirici dell’epoca – tra cui Domenico Donzelli (Maometto), Filippo Galli (Zopiro), Carolina Bassi (Seide) e Francesca Maffei Festa (Palmira) – che sicuramente ebbero non pochi meriti nel valorizzare il lavoro del compositore tedesco.

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La Colbran della DiDonato

Che Joyce DiDonato sia una delle più autorevoli e importanti interpreti rossiniane dei nostri tempi è fuor di dubbio e, proprio per questo, l’uscita del suo recital Colbran, the Muse è stata accolta, due anni fa, con grande curiosità ed interesse da parte dell’intero mondo melomane. Dedicare un intero programma ad un’artista mitica nella storia del melodramma del XIX secolo è stato, da parte dell’energica e talentuosa cantante americana, un gesto di ammirevole coraggio, anche se, dopo l’ascolto, la reazione che ho avuto non è stata quell’entusiasmo che mi sarei aspettato di ritrovare dopo la sua strepitosa Adina pesarese del 2003 e dopo la splendida Cenerentola targata Naxos. Non che la DiDonato canti male, ci mancherebbe, ma l’impostazione monografica del recital appare curiosamente altalenante tra brani maggiormente riusciti e altri (in particolare le due grandi scene tratte dall’Armida) decisamente meno convincenti anche se, ahimé, ambiziosamente scelti per aprire e chiudere l’impegnativo programma del disco. Questa la tracklist:

  • Armida – D’amore al dolce impero
  • La donna del lago – O mattutini albori / Tanti affetti
  • Maometto II – Giusto ciel, in tal periglio
  • Elisabetta, regina d’Inghilterra – Quant’è grato all’alma mia
  • Semiramide – Bel raggio lusinghier
  • Otello – Ah! Dagli affanni… Assisa a pié d’un salice
  • Armida – Se al mio crudel tormento… È ver… gode quest’anima!

Joyce DiDonato, mezzosoprano
con Lawrence Brownlee
Orchestra e Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia – Roma
Edoardo Müller
1 CD Virgin – 72’05”

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Dive e Maestri di Philip Gossett

Un libro fondamentale (almeno per ogni appassionato d’opera legato al mondo del repertorio italiano del XIX secolo) scritto da uno dei più autorevoli studiosi di questo repertorio. In un’appassionante cavalcata tra gustosi dietro le quinte e ritrovamenti avventurosi questo volume si pone a metà tra l’autobiografia del Gossett studioso e l’emozionante racconto di un’epoca (gli ultimi quarant’anni) in cui, prima con una certa timidezza e poi con sempre maggior convinzione, il repertorio ottocentesco italiano non solo è sempre più stabilmente entrato nei repertori correnti dei teatri di tutto il mondo (almeno per quel che riguarda il Rossini serio e certo Donizetti) ma si è anche affermato in una nuova mentalità esecutiva rigorosa e filologica (sopratutto nel caso di un autore già assai diffuso come Verdi). Gossett affronta nel poderoso volume edito da Il Saggiatore un viaggio all’interno della prassi esecutiva odierna, non risparmiando critiche e perplessità a molte esecuzioni e svelando molti gustosi retroscena che, da soli, valgono la lettura del volume in questione (uno per tutti: la cronaca del micidiale tonfo pesarese di Montserrat Caballé nell’Ermione del 1987). Non si tratta, però solo di un libro di prassi filologica: ogni aspetto riguardande l’esecuzione di un’opera italiana dell’Ottocento, a partire dalle questioni storiche per proseguire con quelle puramente vocali e musicali terminando con un’interessante riflessione sugli aspetti legati al mondo dei registi e della messa in scena, viene trattata con grande senso pratico, cercando di coinvolgere nella lettura tanto l’addetto ai lavori quanto il semplice appassionato, spesso ignaro delle numerose dinamiche che si pongono dietro ogni produzione lirica e, soprattutto, dietro la gestione di quell’oggetto (per molti ancora misterioso) che sono le edizioni critiche.

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Il blog riapre…

… a settembre, come promesso.

A breve nuovi articoli e approfondimenti per un settembre (quasi) interamente rossiniano, tanto per far durare un po’ la consueta ubriacatura del R.O.F.: tra le altre cose parleremo del disco Colbran, The Muse di Joyce DiDonato, del libro di Philip Gossett Dive e Maestri nonché del Maometto II di Rossini comparato (si fa per dire) al Maometto di Peter von Winter; inoltre è in preparazione un nuovo ciclo di opere “marittime”. Stay tuned!

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