Archivio per febbraio 2012

Buon compleanno Rossini!

Quale giorno poteva scegliere per nascere Gioachino Rossini se non il 29 febbraio? Visto che il compleanno del pesarese si “celebra” una volta ogni quattro anni vediamo di festeggiare con qualcosa in grande, ad esempio la Cantata La morte di Didone al gran completo con un’interprete d’eccezione, ovvero Mariella Devia. Auguri Maestro!

Su La morte di Didone segnalo anche questo bel saggio di Roberta Pedrotti.

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Ermafrodite Armoniche di Marco Beghelli e Raffaele Talmelli

Visto che negli ultimi post ho accennato sia a Bellini, che intendeva affidare il ruolo di Ernani a un contralto “en travesti” (anche Verdi aveva, sia pur per poco, accarezzato questa idea), sia al sensazionale esperimento di Marietta Alboni che affrontò, a Londra, la parte baritonale di Don Carlo in Verdi, non poteva capitare meglio la segnalazione di questo splendido libro di Marco Beghelli e Raffaele Talmelli edito dalla Zecchini Editore. Ermafrodite Armoniche è molto più che un “semplice” testo sul contralto ottocentesco: è anche un libro che cerca di ricostruire pazientemente e con amore un’estetica e una voce che sentiamo perduti, probabilmente, per sempre. In quest’ottica sperimentale e di ricerca va anche visto il ricco cd di ascolti (che vanno dai primi del ‘900 ai giorni nostri), in cui non sono presenti intere arie ma singoli frammenti utili a esaltare passaggi particolari o curiosi utilizzi di registro, sempre pazientemente e scrupolosamente richiamati durante la lettura (da effetuarsi per questo a portata di stereo): “nel Cd sono stati raccolti soltanto frammenti delle arie indicate, limitandosi a quei passi capaci di evidenziare le caratteristiche vocali qui inseguite” premettono gli autori all’indice degli ascolti, preceduto da una serie di note preziosissime per accostarsi con il giusto bagaglio culturale alle registrazioni risalenti ai primi anni del ‘900 e effettuate con tecniche spesso precarie. Ascoltare simili testimonianze eccezionali significa farlo consapevolmente ed evitando la superficialità di giudizi simili a quello (celeberrimo) di Mario Bernardi (marito di Anna Moffo), che disse, a proposito degli artisti di inizio XX secolo, “Erano tutti stonati. Tutti.”: ovviamente gli acuti sono spesso fissi, specialmente nelle registrazioni più antiche, ma questo perché mancano le armoniche superiori della voce, dato che le frequenze alte erano, all’epoca, impossibili da registrare. Ma, al di là delle note in questione che dovrebbero essere imparate a memoria da ogni musicofilo, quello che più affascina nel volume di Beghelli e Talmelli è il viaggio all’interno di una voce e di un timbro perduti, ricercati quindi in un appassionante viaggio storico ed esecutivo che va dal mondo dei castrati settecenteschi alla contemporaneità.

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L’Ernani di Gabussi e i frammenti di Bellini

L’Ernani di Vincenzo Bellini (1830)

Quello di Verdi non fu, come già detto, il primo Ernani della storia dell’opera, dato che prima di lui ne aveva composto uno il compositore bolognese Vincenzo Gabussi e lo stesso Vincenzo Bellini si era innamorato del soggetto per il Teatro Carcano di Milano, stendendone anche parte della musica (che ci è pervenuta) prima di cambiare idea e creare La sonnambula. Nel luglio 1830 (dunque pochissimo tempo dopo il debutto della pièce di Hugo) Bellini sembrava entusiasta scrivendo all’editore Guglielmo Cottrau che “l’Hernani mi piace assai, e piace parimenti alla Pasta ed a Romani, ed a quanti l’han letto: nei primi di settembre mi metto al lavoro”. Come mai Bellini abbia poi deciso di cambiare soggetto non è ancora chiaro: una lettera all’amico Augusto Lamperi del 17 novembre lo mostra ancora convinto, ma il 3 gennaio 1831 (lettera a Giovanni Battista Perrucchini) il progetto è già abortito in favore della sonnambula. Il vuoto dell’epistolario tra queste due lettere impedisce di sapere con certezza le motivazioni che convinsero Bellini e Romani a lasciare Ernani al suo destino e ben deboli appaiono quelle di Emilia Branca in Romani che, nella celebre biografia del marito pubblicata nel 1882, individuava la ragione principale nella necessità di non confrontarsi con Donizetti (che al Carcano aveva dato Anna Bolena il 26 dicembre 1830) sullo stesso terreno dell’opera seria, in cui il bergamasco aveva, secondo quanto riporta, trionfato.

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Gothic Tales – 4 – Ernani di Giuseppe Verdi

Se il Nabucco fu, per Giuseppe Verdi, l’opera dell’affermazione l’Ernani si pose come il lavoro che ne consolidò il successo, diffondendosi a macchia d’olio in tutta Italia dopo il debutto del 9 marzo 1844 al Teatro La Fenice di Venezia (peraltro era la prima volta che Verdi componeva per un teatro che non fosse la Scala). Merito della travolgente piena melodica della musica verdiana, merito delle atmosfere vagamente risorgimentali e barricadere che la resero subito gradita al pubblico ma merito, anche, delle situazioni lugubri e goticheggianti di una storia che, al pari di molti film horror dei nostri tempi, vede compiersi la catastrofe finale nel momento in cui tutto sembra felicemente risolto. Ricordava il grande critico ottocentesco Filippo Filippi, nella “Perseveranza” del 31 gennaio 1881, che buona parte del successo del lavoro, negli anni subito seguenti il debutto, era da attribuirsi anche al fascino inquietante e sinistro dato dal suono del corno che ricorda a Ernani la necessità di compiere il suo suicidio d’onore: “La gente, prima di coricarsi, guardava intorno per paura che ci fosse Don Gomez De Silva col suo corno fatale, pronto a suonare durante la notte”. Il commento viene riportato in un saggio del 1951 da Emilio Radius, che chiosa giustamente: “A parte il valore della musica, impressioni simili ne fecero sul pubblico dei nostri tempi soltanto certi film muti che giovavano della suggestione di una nuova arte o di un nuovo artificio”. Era forse perché consapevoli dell’effetto “estremo” e terrorizzante offerto dal misterioso suono che avviene fuori scena, che durante le prove organizzatori e censori (che già avevano tollerato la scelta di un soggetto considerato “scandaloso” come l’Hernani di Hugo) avanzarono dei dubbi sul cupo si naturale con cui Silva annuncia, nel IV Atto, la sua vendetta? Le atmosfere goticheggianti e misteriose dell’Ernani non finiscono, tuttavia, qui: è indimenticabile il cupo impasto orchestrale con cui si apre il III Atto tra i sepolcri di Aquisgrana. La toccante meditazione di Don Carlo sulla futilità della vita viene introdotta da un celeberrimo assolo di clarino basso (lo stesso strumento protagonista dello splendido Preludio all’Atto II della Maria de Rudenz e che, incredibilmente per l’epoca, il Teatro La Fenice aveva stabilmente in organico) che contribuisce a definire un clima di sepolcrale suggestione: come nota Fabrizio Della Seta in origine l’assolo doveva essere di tromba, ma la presenza di questo strumento così particolare in organico e il fascino del suo timbro così insolito sono stati più attraenti per il giovane compositore.

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Il campanello al Lauro Rossi

Segnalo a chiunque fosse nei pressi di Macerata la bella iniziativa organizzata dall’associazione culturale Ut Re Mi e dalla Scuola di musica Liviabella con il patrocinio del Comune di Macerata e dell’Associazione Sferisterio che si terrà domenica 19 febbraio alle 21 presso il Teatro Lauro Rossi. Di scena l’opera Il campanello di Gaetano Donizetti, con scenografie di Andrea Montani e regia di Alessandro Battiato. In scena Alessandro Battiato (Enrico), Marta Torbidoni (Serafina), Davide Bartolucci (Don Annibale Pistacchio), Noemi Villani (Madama Rosa) e Marco Palazzesi (Spiridione) con la partecipazione della Corale Linio Liviabella e dell’Accademia Lirica delle Marche; al piano Adamo Angeletti, anche direttore artistico dell’evento.

I biglietti per assistere allo spettacolo sono in vendita al costo di 10 euro alla Biglietteria dei Teatri di Piazza Mazzini, con prenotazione obbligatoria (tel. 0733.230735 – segreteria scuola di musica Liviabella tel. 0733.232995).

L’opera sarà brevemente introdotta dal sottoscritto

Guarda la locandina, leggi la pagina sul sito dello Sferisterio o sul sito del Comune di Macerata e segui l’evento su Facebook.

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Opera al Cinema

Segnalo a chiunque fosse nei pressi di Macerata il prossimo appuntamento con l’opera lirica trasmessa in HD al Cine Teatro Italia (via Gramsci n°25, Macerata), che coincide anche con una proposta alternativa per festeggiare il Carnevale… magari in maschera!!!
Il 21 Febbraio (Martedì Grasso di Carnevale), alle 20.00 è previsto il Don Giovanni di Mozart dal Teatro alla Scala di Milano (Replica della serata inaugurale della Stagione Lirica 2011/12, 7 dicembre 2011).

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Verranno a te sull’aure…


E auguri a tutti gli innamorati.

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Gothic Tales – 3 – Maria de Rudenz di Gaetano Donizetti

Il pulp è un genere letterario che propone vicende dai contenuti forti, abbondanti di crimini violenti, efferatezze e situazioni macabre […].Il genere pulp nacque nei primi anni venti negli Stati Uniti con storie pubblicate a puntate su riviste (le cosiddette Pulp magazine) di 128 pagine dalle sfolgoranti copertine ma con le pagine interne stampate su carta non rifilata di polpa di legno (in inglese pulp), quindi di infima qualità. (Fonte: Wikipedia)

Forse non rispetta tutte le regole del pulp (che del resto non era ancora nato), ma la donizettiana Maria de Rudenz è indubbiamente una vicenda piena di contenuti forti e scelleratezze, oscillante tra fantasmi (presunti) e crimini (reali) per concludersi con la protagonista che, creduta erroneamente morta in almeno un paio di occasioni, muore definitivamente strappandosi le bende dalle ferite sanguinanti e gettandole a terra di fronte al suo assassino. Composta per il Teatro La Fenice di Venezia dove debuttò il 30 gennaio 1838, Maria de Rudenz non è solo l’ultima opera donizettiana rappresentata in Italia prima della fase francese del compositore di Bergamo, ma è anche uno dei titoli più violenti e convulsi dell’intera letteratura operistica, vera summa della celebre frase dell’autore “Voglio amore e amor violento”. Di amore violento, in quest’opera, ce n’è a bizzeffe: un amore (specialmente quello della protagonista) così totalizzante e dirompente da poter quasi giustificare azioni agghiaccianti ed estreme, in un soggetto la cui violenza venne fortemente stigmatizzata da gran parte dei critici dopo la prima. Maria de Rudenz, in realtà, è un’opera molto interessante e ricca di musica spesso splendida (del resto è un lavoro che appartiene alla piena maturità donizettiana), costruita secondo un interessante ed equilibrato senso delle proporzioni che, specialmente negli appassionanti duetti di II e III Atto, conduce a vertici notevoli.

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Gli occhi della luna

La “gestione Gelb” del Metropolitan Opera ha portato a un drastico rinnovamento del parco allestimenti del teatro newyorkese, da sempre considerato tempio della tradizione più tradizionale. L’ingresso di alcuni dei grandi nomi del teatro di regia al Met è avvenuto, però, con lo strascico di alcune prevedibili polemiche: il problema di uno spazio aperto tutte le sere come il Metropolitan Opera, in cui gli allestimenti vengono riproposti per molte stagioni, è quello di realizzare spettacoli che possano essere tranquillamente adattati a interpreti dal diverso carisma nel corso di molteplici riprese. Se, però, ammettiamo che la regia sia un elemento così importante nel teatro contemporaneo dobbiamo anche ammettere che non tutti gli interpreti sono in grado di muoversi in spettacoli creati da colleghi dalla diversa psicologia, dalla diversa complessità comunicativa e, in sintesi, dalla diversa concezione scenica e musicale di un ruolo. A questo problema c’è da aggiungere la consueta riottosità dei finanziatori del teatro ad accettare allestimenti considerati troppo “innovativi”, col risultato che alcuni dei più bei nomi del teatro contemporaneo, chiamati ad allestire gli allestimenti del “nuovo corso” del Met, abbiano qui firmato alcuni dei loro spettacoli più deboli e insulsi: stando attenti a non deludere né il pubblico più reazionario (che chiama certi allestimenti moderni col dispregiativo “Eurotrash”) né i loro fan più “rivoluzionari” sia Luc Bondy in Tosca che Robert Lepage nel wagneriano Ring (solo per citare due esempi) hanno, di fatto, deluso più o meno tutti. Tuttavia la gestione di Peter Gelb ha condotto anche alla realizzazione di alcuni spettacoli davvero bellissimi, per fortuna immortalati in dvd grazie all’eccellente pratica di realizzare videoriprese in HD di molte serate: un ottimo risultato è stata la donizettiana Lucia di Lammermoor allestita come inaugurazione della Stagione 2007/2008 e più volte ripresa sul palcoscenico del Metropolitan con la regia di Mary Zimmermann.

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